NAPOLI, RICORSO RESPINTO: UNA SENTENZA KAFKIANA E FEROCE, CON UN REATO SENZA MOVENTE

Che il ricorso del Napoli alla Corte Sportiva di Appello, contro il 3-0 a tavolino ed il -1 in classifica per la famosa mancata partenza verso Torino, avesse poche chances di essere accolto, era opinione diffusa: nemmeno il più pessimista dei tifosi, però, si sarebbe aspettato una sentenza così dura per gli azzurri, che escono mortificati molto al di là della conferma delle sanzioni comminate in primo grado dal Giudice Sportivo Mastrandrea.

La Corte presieduta dal Giudice Piero Sandulli, infatti, non ha semplicemente ribadito che non sussisteva la “causa di forza maggiore” invocata dal Napoli, impossibilitato ad andare a Torino per via di un preciso provvedimento dell’ASL Napoli 2, ma che la scelta di non partire era stata “volontaria, se non addirittura preordinata” dagli azzurri.

Secondo l’organo giudicante, il Napoli nei giorni precedenti al match ha addirittura “orientato la propria condotta al precipuo scopo di non disputare tale incontro, o comunque di precostituirsi una scusa per non disputarlo“, ed ha sollecitato più volte i chiarimenti dell’ASL per avere “una giustificazione per non disputare una gara che aveva già deciso di non giocare“.

Affermazioni gravissime, messe nero su bianco da una Corte che ha preliminarmente ribadito che “il fine ultimo dell’ordinamento sportivo è quello di salvaguardare il merito sportivo, la lealtà, la probità ed il sano agonismo“, insinuando neanche troppo velatamente che la società di De Laurentiis avrebbe infranto tutti questi principi, costruendosi un alibi per restare a casa.

Photo by Marco Luzzani/Getty Images

Queste accuse infamanti, oltre ad apparire sproporzionate nel caso specifico, risultano totalmente fuori luogo proprio perché rivolte ad una società che dovrebbe essere viceversa presa ad esempio (checché ne dicano anche i detrattori interni travestiti da tifosi), per tanti motivi.

Basti pensare alla gestione sempre attenta del bilancio, che ha permesso al club di superare indenne la crisi economica legata alla pandemia mentre molti club rischiano di non pagare i prossimi stipendi, oppure alla trasparenza dei rapporti con il tifo organizzato, a costo di subire ritorsioni appurate dalla giustizia ordinaria (si pensi al caso di Napoli-Frosinone del 2006), ma soprattutto, per restare alla stretta attualità, al rigore con il quale il Napoli ha affrontato l’emergenza Covid già durante la cosiddetta “prima ondata”.

Il sodalizio partenopeo è stato l’unico, all’epoca, ad imporre ai propri tesserati di non spostarsi da Napoli per ridurre i rischi per loro ed i loro familiari, mentre gli altri giocatori viaggiavano e si contagiavano.

Inoltre, dalla ripresa dello scorso campionato a Giugno fino ad oggi, i giocatori azzurri risultati positivi sono soltanto due: i “famosi” Elmas e Zielinski, contagiatisi proprio nella settimana dopo il match con quel Genoa che venne a giocare a Napoli con 12 giocatori la cui positività fu scoperta il giorno dopo la partita.

I giocatori del Napoli non hanno mai violato l’isolamento fiduciario per andare in Nazionale, non hanno mai definito “stronzate” i tamponi necessari a valutare l’eventuale contagio da Covid, ed il Napoli non ha mai trattato giocatori che, “casualmente”, hanno sostenuto l’esame per diventare cittadini italiani attraverso “corsie preferenziali”: quando si mettono in discussione la lealtà e la probità bisognerebbe forse fare più attenzione all’operato di chi oggi riceve persino il gentile cadeau di 3 punti a tavolino.

Appare quindi surreale ritenere le richieste di chiarimento del Napoli all’ASL una scusa per non giocare, anziché la testimonianza della volontà, da parte del club di AdL, di essere certi di non violare, con il proprio comportamento, le disposizioni di un Ente pubblico.

D’altro canto, se il Presidente Sandulli ha usato termini tanto perentori, al limite dell’insulto, chi crede nella sua buona fede non può non ipotizzare la possibilità che in suo possesso esistano prove inconfutabili di quanto ha affermato: ma in questo caso non ci si può non chiedere anche perché non le abbia inviate alla Procura Federale, o addirittura alla Procura della Repubblica, permettendo a questi banditi azzurri di cavarsela con danni così limitati.

Ci sono però altri due aspetti che lasciano sconcertati: in primis, il fatto che Sandulli, sostenendo che il Napoli si sia costruito un alibi per non giocare, abbia in pratica affermato che il divieto di viaggiare disposto dall’ASL (ovvero l’alibi di cui sopra) sia stato in pratica scritto dai dirigenti sanitari sotto dettatura di De Laurentiis.

Una tale congettura non può cadere nel vuoto, ed infatti gli uffici legali delle ASL sono già al lavoro per querelare i componenti dell’organo giudicante.

Infine, l’ultimo ma non meno importante elemento che lascia francamente perplessi e che rende quasi kafkiano questo “processo alle intenzioni”, è il fatto che il reato, gravissimo, contestato al Napoli, appare totalmente privo di movente: Sandulli, nelle 5 pagine della sentenza, non trova il tempo di porsi la domanda più banale ma forse più importante: perché mai il Napoli avrebbe deciso di non giocare quella partita?

Il Napoli è iscritto al campionato di Serie A, sa che dovrà giocare 38 partite tra cui quella di Torino con la Juve: che motivo avrebbe di voler, improvvisamente, non giocare contro i bianconeri? L’assenza di Insigne, Elmas e Zielinski non può essere ritenuta un motivo serio da nessuno (tranne forse che dai tifosi Juventini e da…Sandulli), visto che il Napoli con quei 3 assenti ha preso a pallate la Super Atalanta di Gasperini, e soprattutto visto che nessuno ha la sfera di cristallo per prevedere le eventuali assenze nel giorno dell’ipotetico recupero del match.

Appare dunque evidente che la matrice di questa sentenza sia essenzialmente politica: le parole di Sandulli sono un avvertimento dato “alla suocera perché nuora intenda”: che nessuno, siano le ASL o altre società “dissidenti”, osi mettere mai più in discussione l’applicazione pedissequa del famigerato protocollo, rischiando di “frustrare totalmente la motivazione” dell’esistenza di queste procedure, che hanno il nobile scopo di “consentire, seppure nella criticità della situazione determinata dall’emergenza sanitaria, di svolgere e portare a termine il Campionato di Calcio di Serie A“.

Anche a costo di mettere a rischio la salute delle persone, viene spontaneo aggiungere.

 

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Biografia Jacques Pardi

Jacques Pardi
La laurea in ingegneria gli ha fatto perdere i capelli ma non le tante (troppe?) passioni, dallo sport (soprattutto il Napoli, calcio e basket, ma più che di passione qui parliamo di...malattia), al cinema, dalla musica alle serie tv, fino (inevitabilmente) ai fumetti. La moglie e le due figlie queste passioni spesso le supportano, altrettanto spesso le...sopportano. Un autentico e fiero "nerd partenopeo" insomma, incurante dell'età che avanza, con un sogno nel cassetto: scrivere di quello che ama

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