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Reading: “OGNI STORIA D’AMORE E’ UNA STORIA DI FANTASMI”
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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Arte

“OGNI STORIA D’AMORE E’ UNA STORIA DI FANTASMI”

Luca Del Core
Luca Del Core 8 anni fa
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5 Min Lettura
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Il titolo della mostra “Ogni storia d’amore è una storia di fantasmi”, allestita negli spazi della Galleria d’arte “Tiziana Di Caro”, fino al 27 luglio 2018, trae spunto da David Foster Wallace, che più volte ha citato questa locuzione, l’ultima volta nel “Il re pallido” , e che nel 2013 è divenuta anche il titolo della biografia dedicatagli da D.T.Max.. Un sottile fil rouge lega l’apertura della galleria d’arte alla scomparsa dello scrittore americano, accomunati dall’anno 2007. Tiziana Di Caro afferma:  “Attraverso la lettura di alcuni dei suoi testi, DFW mi ha indotto a una costante riflessione sull’arte, pur trattando uno spettro tematico altro, intriso di riferimenti eterogenei, comunque legati a una visione poliedrica del mondo, ai miei occhi estremamente vivida, al punto da poter essere associata anche ad una nicchia complessa seppur esclusiva come quella delle arti visive“. Le opere del gruppo di artisti esposte in mostra sono di William Anastasi, Hanne Darboven, Gino De Dominicis, Sol LeWitt, Agnes Martin, Pino Pascali e Francesca Woodman, si prestano all’idea che le opere d’arte che attraversano la storia, assorbendone l’esperienza, sono sempre attuali. Le arti visive, ma anche della letteratura e della musica, non hanno una obsolescenza programmata, vanno oltre le coordinate spazio-temporali. I fantasmi a cui si fa riferimento nel titolo della mostra, sono quelle “idee” che ognuno di noi tende a elaborare in relazione a persone che si immagina di conoscere, pur non avendole mai incontrate. In questo percorso espositivo non si intende di parlare di aldilà, bensì di sentimenti che derivano dalla conseguenza dell'”osservare”, che trascendono qualsiasi aspetto fisico per divenire pura astrazione, un atto di amore nel momento in cui la tensione verso l’opera, o verso l’artista, ha il sopravvento su qualsiasi altra considerazione oggettiva.

Osservando l’opera “Senza titolo”, di Hanne Darboven,  si evidenzia un processo creativo che attinge dalla matematica, disegni, parole su carta, serie di numeri, che derivano da addizioni o moltiplicazioni di sequenze numeriche, basate sulle cifre del giorno, del mese e dell’anno del calendario gregoriano. Sequenze che costituiscono la base per la maggior parte delle sue installazioni, una aritmetica che diventa sempre più complessa e impegnativa. Sempre scritto a mano, i suoi documenti comprendevano righe e file di numeri ascendenti e discendenti, forme a U, griglie, notazioni e altro. Impiegando questo linguaggio neutrale dei numeri e usando come materiali la penna, la matita, la macchina da scrivere e la carta millimetrata, iniziò a creare semplici costruzioni lineari di numeri che chiamò Konstruktionen. La Darboven considerava il suo lavoro una forma di scrittura, incominciando a trascrivere citazioni o interi passaggi dei testi di grandi filosofi o letterati,  traducendoli in schemi. L’opera rappresenta un periodo di tempo di vita trascorsa, il tempo percepito non come luogo fisico, tangibile, ma come “astrazione emotiva”.

L’opera di Sol Lewitt, “Senza titolo”, famoso per i suoi wall drawings e le sue strutture, basate su semplici forme geometriche, parte dalla tesi che l”idea” è più importante della forma stessa, dell’opera finale. Non è necessario che l’idea venga resa visibile, importante è comprendere che questa è il mezzo per realizzare Arte. A differenza della Darboven, Sol Lewitt ricerca nell’osservatore un coinvolgimento di tipo mentale, piuttosto che emozionale.

L’artista Francesca Woodman, con la macchina fotografica ritrasse nudi femminili in bianco e nero, talvolta con il volto oscurato, ottenendo effetti sfocati, grazie al movimento ed al lungo periodo di esposizione, conferendo l’effetto di una fusione dei corpi con l’ambiente circostante. Osservando le foto, si innesca nello spettatore un processo emotivo, l’interesse non è più orientato verso la componente visiva, ma percettiva, ascrivibile, per certi aspetti, alla componente surrealista.

Gli interessi di William Anastasi risiedono nella meditazione e nell’esperienza quotidiana piuttosto che nella creazione di oggetti esteticamente belli, esplora la relazione tra la condizione umana e i suoi meccanismi di registrazione, attraverso i mezzi di arte visiva.

Un percorso espositivo, che parte dall'”idea”, attraversa l’amore e si allontana da qualsiasi tipo di realtà oggettiva, come un fantasma.

 

 

 

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Luca Del Core Giu 18, 2018
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Pubblicato da Luca Del Core
Ha scritto per alcune riviste di settore, tra cui "Arskey Magazine" e per alcune delle quali è ancora redattore, "Artslife" e "Art a part of cult(ure)". L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è. (Paul Klee)
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