Amiro rilegge la Pasqua, riconoscendo che non è soltanto una ricorrenza religiosa o familiare, ma un codice gastronomico riconoscibile, stratificato, difficilmente eludibile. È il momento in cui la cucina smette di essere sfondo e si impone come linguaggio, fatto di ingredienti precisi e ritualità consolidate: il carciofo, la ricotta, il grano, il maiale, le nespole. Elementi che non sono semplici materie prime, ma coordinate culturali. In questo perimetro si inserisce il nuovo menu degustazione del ristorante di via Medina, che sceglie deliberatamente di non replicare la tradizione, ma di attraversarla.
La proposta, firmata dallo chef di Amiro Gian Luca Cicco, si sviluppa in cinque portate e parte da un assunto chiaro: il rispetto del prodotto non coincide con la sua ripetizione. È una linea sottile, spesso abusata nella narrazione contemporanea, ma qui gestita con una certa coerenza operativa. «Il punto di partenza è sempre il prodotto della nostra tradizione pasquale», spiega lo chef. «Il carciofo, il maialino, la pastiera sono elementi che ogni famiglia napoletana riconosce. Quello che cambia è il modo in cui li lavoriamo». Non si tratta, dunque, di destrutturare per principio, ma di introdurre variazioni controllate: una tecnica diversa, una speziatura fuori asse, una modifica nella consistenza.
L’apertura del percorso è affidata a un mini bun di pulled meat, accompagnato da maionese e iceberg. Un piatto che gioca su una grammatica internazionale, ma che mantiene una riconoscibilità immediata. È una dichiarazione d’intenti: il menu non si chiude nel perimetro mediterraneo, ma lo usa come base per aperture calibrate. Il passaggio successivo è forse quello più emblematico nella costruzione del dialogo tra tradizione e intervento contemporaneo. Il carciofo, ingrediente simbolo della Pasqua napoletana, viene accostato al topinambur, spesso definito “carciofo di Gerusalemme” per affinità organolettiche. Qui le tecniche divergono: il primo richiama la lavorazione alla giudia, il secondo è cotto a bassa temperatura e poi passato in piastra per ottenere una superficie croccante. A tenere insieme il piatto interviene una salsa al rafano su fondo bruno, che introduce una nota pungente e meno prevedibile.
Il primo piatto rappresenta il punto di maggiore aderenza alla tradizione. Il rigatone con “o ruot’ o furn”, versione identitaria della pasta al forno, non cerca reinterpretazioni forzate. «Il primo piatto per me deve essere quello che ti riporta a casa», osserva Cicco. È una scelta che ha una sua logica: in un percorso costruito su leggere deviazioni, la stabilità di un piatto riconoscibile funziona come asse narrativo. Qui il lavoro si sposta sull’esecuzione, più che sull’idea, e sulla capacità di restituire profondità senza alterare l’impianto originario.
Il secondo porta in tavola il maialino, altro elemento cardine del repertorio pasquale, accompagnato da nespole alla brace e da una doppia consistenza di carote. Il piatto gioca su contrasti misurati: la dolcezza della frutta, la struttura della carne, la variazione materica delle verdure. Il fondo chiude il cerchio, riportando il tutto a un equilibrio più classico, evitando derive eccessivamente sperimentali.
La conclusione è affidata alla pastiera, probabilmente il simbolo più riconoscibile della Pasqua napoletana. Qui la scelta è quella della scomposizione: un cremoso di ricotta e una granella croccante restituiscono i sapori del dolce tradizionale in una forma diversa, più essenziale, ma non alienante. È un passaggio delicato, perché interviene su un terreno identitario forte, ma il risultato punta alla riconoscibilità prima ancora che all’effetto.
A tenere insieme il progetto è una linea dichiarata anche da Alessia Bisaccio, alla guida del ristorante: «Il menu racconta chi siamo attraverso ciò che portiamo in tavola. Non cerchiamo l’effetto, ma la coerenza tra ciò che Napoli ci mette a disposizione e il modo in cui scegliamo di lavorarlo». È una posizione che si colloca in una fascia intermedia tra tradizione e ricerca, evitando sia la replica filologica sia l’esercizio di stile fine a sé stesso.
Nel complesso, il menu degustazione di Amiro si muove lungo una traiettoria riconoscibile: non rompe con il passato, ma ne mette in discussione alcune rigidità, lavorando su tecnica e costruzione del piatto. In una città dove la cucina è spesso terreno identitario e poco negoziabile, l’operazione ha un margine di rischio. Ma è proprio in questo scarto controllato tra memoria e interpretazione che si gioca la sua tenuta.

