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Reading: Quel che resta del tempo — Una recensione senza spoiler e con il cuore dylaniato
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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
NerdangoloFumetti

Quel che resta del tempo — Una recensione senza spoiler e con il cuore dylaniato

Redazione
Redazione 1 anno fa
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7 Min Lettura
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Ho appena finito di leggere l’albo “Quel che resta del tempo” (Dylan Dog n.468) e, da vecchio fan che bazzica l’Indagatore dell’Incubo da tre decadi, posso dirti subito una cosa: è una lettura che ti prende per il bavero della giacca e non ti lascia andare. L’albo parte da un’idea semplice e contemporanea — il tempo come nemico e risorsa sottratta alla vita — e la trasforma in un incubo crepuscolare che suona, a tratti, come un avvertimento sussurrato all’orecchio del lettore.

Meglio chiarirlo subito: non ti spoilero nulla. La vicenda ruota attorno a un paradosso molto moderno — chi non si è sentito, almeno una volta, a rincorrere il tempo? I soggetti portano la firma di Dario Magini, mentre la stesura e l’ampliamento sceneggiaturale è opera di Alessandro Russo: due mani che intrecciano il noir, la spy story e il soprannaturale in modo credibile e rispettoso del tono dylaniato.

Quello che colpisce è la coerenza tematica: non è un semplice gadget narrativo messo lì per fare scena. Il tempo qui è protagonista a tutto tondo — come motore psicologico dei personaggi, come struttura della trama e come elemento visivo che viene illustrato con trovate efficaci.

Alessandro Russo gioca con i registri: prende il soggetto televisivo di Magini e lo traduce senza tradirne lo spirito, mantenendo però quel pizzico di ironia malinconica che è marchio di fabbrica quando Dylan mette piede in storie non strettamente “gotiche”. I dialoghi hanno il giusto mordente — non leziosi, spesso asciutti, a tratti cinici — e lasciano spazio ai silenzi, alle pause, alle immagini che devono parlare più delle parole.

Certo, chi cerca l’azione sfrenata rimarrà a volte sulla punta della sedia per aspettarsi colpi di scena a raffica; qui la tensione si costruisce a misura d’uomo, piano piano, come una porta che cigola e non si sa se aprirà per rivelare un mostro o solo un corridoio vuoto. Ed è una scelta che, per quel che mi riguarda, funziona bene: Dylan è più credibile quando il terrore nasce dallo sguardo e dall’attesa, non solo dagli effetti.

Riccardo Torti alla china è una scommessa vinta. Se la sceneggiatura è l’architettura, il suo inchiostro è la luce che la modella. Trovo geniale la soluzione grafica usata per rendere gli sfasamenti temporali: non è un “effetto digitale” freddo, ma una sfocatura costruita a mano che convince e mette i brividi — la sequenza della biblioteca è semplicemente splendida, un piccolo gioiello di composizione e ritmo visivo. In quel passaggio, la matita e la china non raccontano solo uno spazio, ma anche lo scorrere e il peso dei ricordi.

Ci sono tavole che rimangono impresse: il Big Ben nella pagina iniziale (ottima idea simbolica) e scene che evocano riferimenti colti — dal noir anni Trenta-Cinquanta (che si sente nella costruzione della spy story) fino a spolverate di cultura pop come il cartone “Daitarn 3” e “Il Prigioniero”. Sono citazioni che non suonano forzate, ma come piccole note che arricchiscono il tappeto sonoro della lettura.

Uno dei punti di forza dell’albo è l’attenzione ai comprimari: non sono pedine usa-e-getta, ma persone con spessore che contribuiscono alla tessitura emotiva della storia. La presenza di personaggi “di contorno” ben scritti è una gioia per chi, come me, ama quando un albo non spreca nemmeno una battuta o un’inquadratura.

E poi c’è quel senso di familiarità: i richiami a vecchi albi (chi ha amato “Tre per Zero” sorriderà) funzionano da carezza al lettore di lunga data senza però escludere il nuovo arrivato.

Non tiriamo fuori il cucchiaio zucchero: alcune scelte potrebbero dividere. La struttura a metà tra spy story e orrore può risultare in qualche momento ambivalente — chi preferisce Dylan nelle atmosfere più tradizionali del macabro puro potrebbe sentire il piede in due scarpe. Inoltre, la densità tematica (tempo, lavoro, vita, perdita) rischia di appesantire laddove la sceneggiatura avrebbe potuto lasciar respirare qualche pagina in più.

Infine — ed è una critica da fan pignolo — c’è qualche momento in cui la cifra stilistica televisiva del soggetto si percepisce troppo chiaramente: non un problema in sé, ma personalmente avrei voluto qualche urto narrativo in più per sfruttare fino in fondo l’iconografia dylaniata.

Consiglio l’albo a chi ama Dylan Dog quando è riflessivo e malinconico, a chi non disdegna il sottogenere spy-noir e a chi apprezza il modo in cui il disegno può diventare linguaggio del tempo. È un albo che premia la lettura attenta — non un popcorn horror ma un whisky lento, da sorseggiare.

“Quel che resta del tempo” è un albo che parla della nostra epoca con gli strumenti del fumetto popolare: idee chiare, mestiere narrativo e una prova grafica che mette i brividi. È un episodio che non tradisce le radici della saga ma che sa anche rinnovarsi, lasciando spazio a scorci visivi memorabili e a riflessioni che restano anche dopo aver chiuso la copertina.

Se sei un dylaniato incallito come me, lo leggerai con la stessa sensazione che provi quando ritrovi un vecchio amico: qualche ruga in più, meno impetuoso, ma con ancora molto da dire. E se sei curioso di approcciare Dylan Dog, questo albo può essere una buona porta d’ingresso: ti introduce al suo mondo senza tradirne l’anima.

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