Le persone che hanno abbandonato Facebook per una settimana hanno riferito di aver provato leggeri sintomi di depressione, ansia e solitudine.
È uno dei risultati emersi da Project Mercury, una ricerca interna avviata nel 2020 da Meta insieme alla società di sondaggi Nielsen.
Secondo quanto ricostruito, invece di approfondire e rendere pubblici gli esiti dello studio, Meta – che controlla Facebook, Instagram e Threads – avrebbe scelto di bloccare ulteriori indagini, sostenendo che i risultati negativi fossero condizionati da una narrativa mediatica ostile ai social network.
Questi elementi emergono dagli atti depositati dallo studio legale Motley Rice, che rappresenta diversi distretti scolastici statunitensi e che ha avviato un’azione legale contro Meta, Google, TikTok e Snapchat.
Le accuse: sotto accusa non c’è solo Meta
I querelanti sostengono che Meta e Nielsen avrebbero deliberatamente insabbiato i risultati delle ricerche.
Nel mirino ci sono in generale le principali piattaforme social, accusate di fare troppo poco per impedire ai minori di 13 anni di accedervi e per contrastare la circolazione di contenuti espliciti, fino a citare anche il termine “pornografia infantile”.
I distretti scolastici, gli insegnanti e i gruppi di genitori che hanno promosso la causa affermano inoltre che alcune piattaforme avrebbero cercato di “comprare” il sostegno di organizzazioni che si occupano di minori, così da poter vantare endorsement sulla presunta sicurezza dei propri servizi.
In uno degli episodi riportati, TikTok avrebbe finanziato la National PTA, la principale associazione nazionale di genitori e insegnanti negli Stati Uniti, e ci sarebbero prove di dirigenti che si sarebbero vantati di aver ottenuto un prezioso alleato pronto a sostenere pubblicamente la piattaforma.
Gli atti depositati – 235 pagine in tutto – chiamano in causa vari social network, ma la parte più consistente delle contestazioni riguarda Meta.
Cosa viene contestato a Meta
Secondo i querelanti, Meta avrebbe progettato le funzioni di sicurezza in modo insufficiente, agevolando di fatto l’accesso dei più giovani a Facebook.
Negli atti (a pagina 61) si sostiene inoltre che Facebook reagirebbe con estrema lentezza ai contenuti che promuovono o facilitano il traffico di esseri umani a fini sessuali: sarebbero necessarie almeno 17 segnalazioni prima che l’azienda intervenga in modo concreto.
Un altro passaggio, a pagina 89, attribuisce al Ceo di Meta, Mark Zuckerberg, l’atteggiamento di chi non sarebbe particolarmente preoccupato per la sicurezza dei minori, concentrando invece le proprie priorità sul progetto del metaverso.
Come hanno risposto le aziende
Al momento Google, TikTok e Snapchat non risultano aver rilasciato dichiarazioni ufficiali sulla causa.
Meta, invece, ha respinto le accuse, sostenendo che le misure di tutela per gli adolescenti siano già robuste e che l’azione legale travisi gli sforzi messi in campo dall’azienda. Parallelamente, Meta ha chiesto che vengano rimosse dagli atti alcune parti di documentazione e analisi che non sarebbero destinate al pubblico.
L’evoluzione della narrativa sui social
Negli anni sono stati pubblicati numerosi studi sugli effetti dei social media sulla salute mentale. Col tempo, la narrativa si è progressivamente spostata: indicativamente dal 2019 in poi, molte ricerche hanno iniziato a evidenziare un possibile legame causale tra l’uso delle piattaforme social e l’aumento di ansia, disagio psicologico e altri problemi di benessere.
L’idea che i social possano avere impatti negativi sulle persone non è quindi nuova. I circa 1.800 querelanti insistono sul fatto che i gestori delle piattaforme non stiano facendo abbastanza per informare gli utenti sui rischi e per adottare misure adeguate a tutelare chi è più vulnerabile, in particolare i minorenni.
Cosa succede adesso
La prima udienza è fissata per il 26 gennaio 2026. In vista di quella data, il tribunale distrettuale degli Stati Uniti per il distretto settentrionale della California ha deciso di rendere pubblica la documentazione del caso, riconoscendone il forte interesse pubblico e mettendo a disposizione dei cittadini gli aggiornamenti sulla causa.
La situazione in Italia e in Europa
In Italia l’iscrizione ai social network è consentita a partire dai 14 anni. Molti Paesi europei hanno optato per soglie simili, abbassando il limite dei 16 anni indicato come standard dal GDPR (Regolamento Ue 2016/679 sulla protezione dei dati), applicato dal 25 maggio 2018.
Tuttavia, alcuni Stati stanno cambiando approccio: in Francia, Grecia e Spagna i legislatori stanno lavorando per alzare nuovamente l’età minima di accesso ai social, nel tentativo di rafforzare la protezione dei più giovani.

