L’aumento di un euro della tassa di soggiorno per le permanenze a Napoli continua a produrre reazioni contrastanti tra operatori, amministratori e osservatori del settore. Non tanto per l’entità della misura in sé, quanto per ciò che essa rappresenta in una città che, negli ultimi anni, ha visto mutare radicalmente il proprio posizionamento turistico. Napoli non è più una destinazione intermittente o stagionale, ma una realtà stabilmente inserita nei flussi internazionali, con tutte le conseguenze che questo comporta sul piano urbano, sociale e gestionale.
In questo scenario si inserisce la riflessione di Amedeo Conte, presidente di Sistema Trasporti Campania e CEO della Worldtours, che invita a leggere l’ipotesi dell’aumento non come un mero atto fiscale, ma come un passaggio politico e culturale che riguarda il rapporto tra città e visitatori. Un rapporto che, proprio perché strutturale e non più episodico, necessita di strumenti di governo chiari, condivisi e soprattutto spiegati.
Il punto centrale sollevato da Conte non riguarda la legittimità della tassa di soggiorno, ormai diffusa in tutte le principali città turistiche europee, ma la sua percezione. In una fase di transizione complessa, in cui Napoli sta consolidando il proprio ruolo dopo decenni di marginalità nel racconto turistico globale, il rischio è che ogni intervento venga letto come un tentativo di monetizzare il successo senza una visione di lungo periodo. “Onde evitare che questo possa sembrare l’ennesimo atto volto a spremere il turista in un momento delicato come quello che stiamo vivendo, in questa lunga transizione da cenerentola del turismo mondiale a realtà consolidata e attrattiva costantemente, è bene che queste azioni vengano misurate anche sul sentiment dei visitatori”.
Il riferimento al “sentiment” non è casuale. La reputazione di una destinazione oggi si costruisce e si deteriora rapidamente, spesso al di fuori dei canali istituzionali, attraverso esperienze individuali, recensioni e narrazioni informali. In questo contesto, anche una variazione minima dei costi può assumere un peso simbolico rilevante, se non accompagnata da una narrazione chiara sul suo utilizzo.
Conte introduce quindi una distinzione netta tra tassa come strumento di tutela e tassa come leva di bilancio. “Diamo per assunto, inoltre, che gli introiti così generati vadano a finanziare iniziative di tutela dei luoghi e a favore dei flussi, anche alla larga. Il ricavo dei turisti, del resto, non può e non deve mai essere funzionale alla tenuta delle casse comunali, e di questo ne siamo convinti da sempre”. Una posizione che chiama in causa direttamente la responsabilità dell’amministrazione pubblica nel definire priorità e destinazioni vincolate delle risorse.
Il tema della gestione dei flussi, in particolare, emerge come uno dei nodi irrisolti del turismo napoletano. L’aumento costante delle presenze ha reso evidenti criticità strutturali: congestione di alcune aree, pressione sui servizi, difficoltà di manutenzione ordinaria e straordinaria del patrimonio. In questo senso, la tassa di soggiorno può rappresentare uno strumento utile solo se inserito in una strategia complessiva che tenga insieme tutela, redistribuzione dei flussi e miglioramento dell’esperienza di visita.
Ma perché questo avvenga, secondo Conte, è indispensabile un salto di qualità sul piano comunicativo. Non basta che le risorse vengano impiegate correttamente: è necessario che il turista ne sia consapevole. “Se spieghiamo bene come tale contributo vada a migliorare l’esperienza di chi, restando estasiato dalla nostra bellissima città, intende tornare a trovarci, vedrete che quell’euro in più non farà più la differenza. E, se la farà, sarà in positivo”. Il contributo economico viene così reinterpretato come forma di partecipazione indiretta alla tutela del patrimonio.
Da qui l’invito esplicito all’amministrazione comunale a lavorare in sinergia con gli operatori privati. Alberghi, tour operator, servizi di trasporto e accoglienza rappresentano infatti il primo punto di contatto tra la città e il visitatore. Coinvolgerli nella comunicazione significa costruire un racconto coerente, capace di spiegare perché si chiede un contributo aggiuntivo e quali benefici concreti esso produce.
Nel suo ragionamento, Conte introduce anche un confronto implicito con modelli adottati altrove, citando quanto avvenuto recentemente a Roma. “Sappiamo che far funzionare il turismo richiede fondi e, con estrema onestà, meglio un euro in più quando si va a dormire che per vedere la Fontana di Trevi da vicino con accesso riservato”. Il riferimento è al rischio di soluzioni emergenziali che finiscono per limitare l’accesso ai luoghi simbolo, trasformando il patrimonio comune in un’esperienza selettiva.
“Recintare un patrimonio comune è da considerarsi sempre e comunque una estrema ratio capace di scontentare chiunque: cittadini, turisti e operatori”. Una presa di posizione che evidenzia come il tema delle risorse non possa essere affrontato separatamente da quello dei diritti e dell’accessibilità.
Nel dibattito sull’aumento della tassa di soggiorno, la voce di Conte si distingue per un approccio che rifiuta semplificazioni. L’euro in più non è né il problema né la soluzione, ma un indicatore della maturità con cui Napoli intende governare la propria trasformazione in città turistica permanente. Trasparenza, destinazione vincolata delle risorse e comunicazione condivisa diventano così le condizioni minime per evitare che una misura tecnica si trasformi in un nuovo elemento di frizione tra la città e chi la sceglie come meta.

