Attore tra i più autorevoli della tradizione teatrale napoletana, Tommaso Bianco ha costruito una carriera lunga e prestigiosa, iniziata alla scuola di Eduardo De Filippo, con il quale ha condiviso il palcoscenico fin dal 1968. Nel corso degli anni ha lavorato con alcuni dei più grandi registi italiani, tra cui Mario Monicelli, Roberto Benigni ed Ettore Scola, distinguendosi per la sua intensa presenza scenica e per la capacità di interpretare con autenticità personaggi profondamente legati alla cultura partenopea.
Maestro di teatro e instancabile promotore della tradizione napoletana, Bianco ha dedicato la sua vita anche alla formazione delle nuove generazioni, trasmettendo i valori di un’arte fatta di passione, studio e umanità.
In occasione del Premio La Sirena Partenope, la città di Napoli rende omaggio a un artista che, con il suo talento e il suo percorso, ha contribuito a custodire e valorizzare il patrimonio culturale e teatrale della nostra terra.
Lei si è formato accanto a Eduardo De Filippo. Qual è l’insegnamento più importante che ancora oggi porta con sé, sul palcoscenico e nella vita?
«Intanto ci tengo a fare una precisazione: si dice spesso “De Filippo”, ma il mio maestro era semplicemente Eduardo. Era lui stesso a preferire che si parlasse di “Eduardo”, senza il cognome. Anche questo ha avuto un significato nella storia del teatro: la sua compagnia si chiamava infatti Il Teatro di Eduardo. Io non ho frequentato una scuola nel senso tradizionale del termine: sono stato scritturato da Eduardo e ho lavorato come attore nella sua compagnia. Quella è stata la mia vera scuola, perché il teatro si insegna e si impara facendolo. Questa è la verità.»
Ha lavorato con grandi registi. Ce n’è uno che l’ha cambiata come attore?
«No, nessun regista mi ha cambiato. Ognuno mi ha lasciato qualcosa di nuovo, un’esperienza, un arricchimento umano e artistico. Ogni incontro aggiunge qualcosa a quello che già appartiene all’artista.»
Tra teatro, cinema e televisione, dove si sente maggiormente a suo agio?
«Ogni volta devo ritrovare la mia dimensione. In realtà non mi sento completamente a mio agio in nessuno dei tre ambiti, perché ogni volta devo ricordarmi di essere un attore e ricominciare da capo. Ho scelto il teatro come mia strada, ma devo dire che anche il cinema mi ha dato moltissimo. Anzi, in certi momenti sono riuscito ad aprirmi persino di più davanti alla macchina da presa che sul palcoscenico.»
“Parenti serpenti” è diventato un film cult. C’è un ricordo particolare del set che porta ancora con sé?
«Più che un aneddoto, porto nel cuore il rapporto con Mario Monicelli. Parenti serpenti era il quinto film che giravo con lui. Mi è dispiaciuto non poter partecipare anche al sesto, Le rose del deserto, perché ero impegnato con una compagnia teatrale. Lavorare con Monicelli è stata un’esperienza straordinaria. Era prima di tutto un grande uomo e uno dei più grandi artigiani del cinema italiano. Parenti serpenti rappresenta perfettamente il suo stile.»
C’è un personaggio che ha interpretato e nel quale si riconosce particolarmente?
«In fondo mi somigliano un po’ tutti, perché ogni personaggio passa attraverso la mia personalità. Quando si sceglie un attore, sia per il cinema sia per il teatro o la televisione, si tiene conto anche della sua natura. Ricordo ancora quando, nel 1968, fui chiamato da Eduardo. Lui cercava di capire quale dei tre figli di Filumena Marturano fosse più adatto a me. Ci fu una sorta di confronto con Gennarino Palumbo, che mi conosceva meglio. Fu lui a suggerire a Eduardo che forse ero più adatto al ruolo di Michele, mentre Eduardo inizialmente mi immaginava in un’altra parte. Alla fine accettò l’intuizione di Palumbo, e io fui felicissimo perché Michele era il personaggio che desideravo interpretare.»
C’è qualche attore delle nuove generazioni che apprezza particolarmente?
«Tra quelli più conosciuti non saprei fare un nome preciso. Spesso trovo grande umanità e sensibilità in attori meno noti. Ultimamente, però, mi sta piacendo molto Elio Germano.»

