Vestito con mimetica e indossando maglietta con una scritta lapidaria di rosso “vendetta”, un ragazzino di appena 13 anni il 26 marzo 2026 munito del suo cellulare e con tanto di diretta Telegram riservata ad un piccolo gruppo ristretto di seguaci, si reca a scuola con coltello e scacciacani nello zaino con una unica e determinata sfida : uccidere la sua prof. di francese perchè non lo capisce, non gli ha riconosciuto il voto che meritava e in un dissing con un compagno di classe aveva preso le parti del suo rivale.
Un “bravissimo bambino” dicono in tanti nel paese, Trescore Balneario, in provincia di Bergamo, dove è vissuto dopo la separazione dei genitori. Anche all’oratorio della sua prima residenza, Zandobbio, lo ricordano come un bambino tranquillo. Eppure i carabinieri nella sua cameretta hanno trovato un arsenale di armi e materiale esplosivo.
Prima di compiere il terribile gesto, il tredicenne ha affidato ad un manifesto dal titolo inquietante “Soluzione finale” le sue sensazioni, le sue emozioni e i suoi pensieri più profondi, tutti scritti con consapevolezza come quando sottolinea la sicura impunità per la sua età e lucida freddezza all’eco di “… farò quello che ho sempre voluto fare: uccidere lei e chiunque cercherà di impedirmelo. Non è solo un atto di vendetta, è un modo per rompere la noiosa routine nel modo più estremo possibile“.
Il suo malessere profondo nasce dalla sua condizione personale, in quanto gli era stata diagnosticata la sindrome ADHD (Disturbo da Deficit di Attenzione/Iperattività) che viene descritto come un disordine neurobiologico dello sviluppo caratterizzato da livelli invalidanti di disattenzione, disorganizzazione, iperattività e impusività, riconosciuto come un bisogno educativo speciale di tipo Disturbo evolutivo specifico,nelle scuole richiede strategie didattiche personalizzate (PDP).
E così nel suo manifesto, afferma che “la goccia che ha fatto traboccare il vaso e mi ha spinto a prendere questa decisione radicale è stata la mia diagnosi di ADHD. Ho difficoltà di attenzione, è un dato di fatto, eppure, quando mi è stato chiesto di fare un test sul mio comportamento, la mia insegnante mi ha dato punteggi bassi per quanto riguarda la distrazione, ma non esita a farmelo notare in classe, e questo mi fa solo arrabbiare. Mi sembra un sabotaggio”.
La consapevolezza della sua condizione e la rabbia per gli episodi di incomprensione, di umiliazione e di disagio che racconta e per i quali nutre un grande risentimento, principalmente nei confronti della prof.ssa di francese, sono un grido d’allarme inascoltato che dovrebbe spingere gli adulti ad assumersi la responsabilità di quello che è successo.
I suoi genitori conoscevano la situazione complessa e conflittuale a scuola del loro figlio, tanto che il ragazzo era seguito da uno psicologo, malgrado ciò, fanno appello anche ad un controllo ulteriore nella cerchia di adulti incontrati sui social che potrebbero aver influenzato il tredicenne fino al punto di convincerlo a compiere il folle gesto e pongono l’accento sulla facilità con cui i giovanissimi possono procurarsi armi o oggetti pericolosi senza destare alcun sospetto o senza alcuna autorizzazione genitoriale specifica.
Comprensibili le difficoltà emotive dei genitori che si sono sentiti paracadutati in una dimensione surreale, restano inquietanti le domande su cosa abbia spinto questo ragazzo a compiere un gesto di questa portata.
Al di là delle sue dichiarazioni, delle sue parole e dell’eventualità che siano state eterodirette, resta indiscutibile osservare e assistere a uella sensazione di vuoto, di solitudine, di indifferenza per ciò che lo circonda, per le regole e per la mancanza di qualsiasi freno inibitore, che è stata sicuramente una sensazione comune a tutti gli adolescenti del mondo, ma che in questa storia diviene tragicamente realtà.
Nel tam tam di social e tv, di esperti e opinionisti, è tutta una corsa a rintracciare i responsabili: i genitori che non si sono accorti di nulla; i social che non hanno posto un limite alla sua diretta e non hanno bloccato i suoi contenuti cosi trasgressivi e pericolosi; lo psicologo che non ha colto quanto fosse grave il suo disagio; la scuola che parrebbe addirittura essere la causa del suo gesto, incapace di percepire il suo disagio esistenziale e le sue emozioni negative.
C’è da chiedersi davvero cosa succede ai nostri ragazzi: questa sensazione di vuoto e di solitudine, la cattiveria dei pari che di fronte alla diversità sono spesso ostili perchè è più semplice escludere che faticare per conoscere e comprendere ciò che è diverso da noi … e accoglierlo…
La rabbia per l’umiliazione del tredicenne in quante camerette viene vissuta (?) comune in quest’epoca a migliaia di adolescenti che non riescono a farsi valere, che non amano apparire, che si rifugiano nell’illusione di un mondo social che è evanescente, pur se sta sostituendo la realtà vera, quella in cui le relazioni sociali e amicali sono fatte di carne e ossa…a cui sembra non siano più abituati.
Le parole più sagge arrivano proprio dalla prof.ssa vittima dell’accoltellamento che dal suo letto di ospedale, vuole rassicurare gli alunni e la comunjità educante in generale quando dice “Questa ferita non deve diventare un muro, ma un ponte” per creare una scuola diversa, accogliente, presente, in grado di intercettare disagi e sofferenza, perchè nonostante il tredicenne non dimostri alcuna forma di pentimento finora, è vittima di se stesso e dei mostri della sua cameretta che anzichè essere ricca di musica, di amici e di libri, era colma di esplosivi, un piccolo arsenale pronto a scoppiare come il suo cuore e le sue emozioni, ormai incontrollate e incontrollabili.
E allora, in attesa che la prof. si riprenda e che il tredicenne recuperi la sua strada, certo non con una bacchetta magica, ma con impegno e incanalando la sua consapevolezza e forza, nonchè il suo coraggio e la sua folle audacia per costruire un futuro diverso ricevendo il supporto e il sostegno che noi adulti gli dobbiamo proprio perchè come dice la prof.ssa, un ragazzo di tredici anni deve vivere di speranza e non disperato e con rinuncia, deve accogliere la vita con entusiasmo e non odiare tutti, pensando ad una soluzione finale con un’assonanza storica terribile e la trasposizione nella scuola come nemica, deve saper imparare a gestire le sue emozioni, positive e negative, per non fare mai più del male nè a sè nè agli altri…e allora come dice la prof. “non lasciamoci vincere dal buio”.

