Un anno di Covid

È passato un anno di Covid quando il 38enne Mattia di Codogno fu ricoverato in terapia intensiva con polmonite interstiziale, paziente 1 ammalato  di coronavirus in Italia.

E da allora i numeri con cui ci stiamo confrontando di giorno in giorno sono sempre più spaventosi, con una conta drammatica di quasi 95mila morti di cui ben 326 appartenenti alla categoria dei medici e 3 milioni di contagi.

Scopriamo, per la prima volta, nuovi concetti come il lockdown totale che il 9 marzo del 2020 blindo’ tutta l’Italia in casa, una intera popolazione stretta in una solidarietà forte con abbracci e canzoni intonate da terrazzi e finestre ma con la voglia di affrontare tutti insieme la sfida della pandemia all’insegna di disegni arcobaleno e frasi disperate e di speranza, prendendo in prestito il testo di una poesia molto breve e molto nota “andra’ tutto bene” creata ad hoc per affrontare il momento da uno scrittore europeo, vittima anch’egli del covid; nuove sensazioni come la paura del contagio, il sospetto del vicino ammalato, la quarantena di parenti e amici e l’isolamento sociale per le multiple restrizioni imposte; nuove modalità di vita con lo stravolgimento della normalità, della quotidianità, fatte di impegni, agende ricche, corse per incastrare le mille attività giornaliere sostituiti dal rituale degli appuntamenti di ogni dì alle 18.00 per il  bollettino dei contagi e le conferenze stampa dell’ex Premier con indicazioni, restrizioni e suggerimenti vivamente sentiti su come svolgere le proprie vite, completamente ridimensionate in libertà e forme di espressione;  nuove relazioni sociali con un impatto fortissimo sulle dinamiche relazionali tra adulti, bambini, anziani, lavoratori, parenti e amici e la protezione dei propri affetti più fragili attraverso la pillola indigesta della distanza, necessaria per la prevenzione e la cautela dal rischio di contagio.

La violenta e incontrollata diffusione del virus nelle RSA ha mostrato immediatamente la vulnerabilità dei nostri nonni, ancora oggi vittime prevalenti degli effetti devastanti del Covid-19.

La perplessità di fronte ai numeri dei morti  e, soprattutto, l’esserci abituati ad ascoltarli ormai come se fosse ormai una cosa naturale, lascia inebetiti: non si può accettare la quotidiana costante di circa 300/400 morti al giorno per Coronavirus, un’anestesia al dolore e alla gravità del momento davvero incomprensibile.

Eppure, i dati sono lì in questo format blu ministeriale e nella loro fredda enunciazione ci descrivono la sofferenza di perdite, di malati gravi che conoscono il dramma della terapia intensiva e l’isolamento, la solitudine, l’assenza di ogni forma di vicinanza, aiuto, ascolto e contatto umano…gli abbracci, i baci, una stretta di mano sono piacevoli abitudini che abbiamo accantonato in qualche cassetto della memoria del nostro cervello, sostituiti da paliativi  non soddisfacenti come lo scambio di gomito.

Come dimenticare le continue raccomandazioni sul decalogo delle regole presidio di prevenzione come il lavaggio delle mani…la ricerca disperata di amuchina e alcool disinfettante dai costi improponibili e proibitivi…la ricerca affannosa di mascherine inizialmente introvabili anche per gli stessi operatori della sanità…le corse in fila ai supermercati con approvvigionamenti alimentari lasciando abbandonate al loro destino le sole penne lisce(!?!) sugli scaffali dei rivenditori…l’approdo nelle nostre case della didattica a distanza con problemi di connessione e complessi sistemi di apprendimento da modernizzare e adeguare alle esigenze del momento e degli incontri in team attraverso le piattaforme digitali per portare avanti il lavoro lontani dalle proprie scrivanie e postazioni computer… la convinzione in estate che il peggio fosse ormai alle spalle con spiagge gremite e un “liberi tutti” con apertura di regioni e frontiere e l’effetto boomerang del ritorno dei contagi con la seconda temibile ondata autunnale che ha provocato più morti di tutto il lungo periodo precedente…e i virologi, mai daccordo tra loro, in polemica aperta o velata, alcuni addirittura affascinati dalla politica o abbagliati dalla tv, tutti più o meno al servizio dei talk show per informare, istruire, polemizzare, allarmare, litigare.

Sta di fatto che il nuovo anno a cui abbiamo brindato con lacrime ricche di speranza immersi in piena zona rossa a tema natalizio, é partito un po’ a rilento sul piano della ripresa.

Se l’asso della manica dei vaccini stenta in Italia a decollare come in altri paesi per la penuria di materia prima, la crisi politica e la congiuntura economica brancolano alla ricerca di soluzioni efficaci al fine di rendere produttivo ed efficiente il piano del recovery fund, il terrore della terza ondata spaventa e comincia a tenere a freno le aperture, con l’improvvisa decisione di chiudere le piste da sci per il rischio contagi, la scelta di interrompere le comunicazioni tra Regioni in via cautelativa e la perseveranza della divisione delle zone per colore con una penisola dall  nuove fasce tricolore, fin quando sarà possibile scongiurare un lockdown totale.

Indubbiamente, la pandemia ha stravolto le nostre esistenze costringendoci tutti a scendere a patti con un altro modo di vivere e essere al mondo se si pensa ai bambini costretti a rinunciare ai contatti e alle interazioni con gli altri bambini e a vivere una scuola surreale attraverso distanziamento, mascherine in aula per ore ed ore e assenza forzata di ogni forma di relazioni come la semplice condivisione di materiale didattico o la pratica di uno sport collettivo o la partecipazione ad una festa tra palloncini e pallime multicolori in cui rincorrersi spensierati; agli adolescenti che hanno subito la più lunga chiusura delle scuole, con un lento ritorno alla frequenza in presenza in percentuale minima del 50%, sicuramente hanno dovuto misurarsi e devono misurarsi con una atipica modalità di esprimere le proprie personalità in crescita e vivere le proprie esistenze fatte di flirt e passione, contestazione e maturità sotto la pressione di anime ribollenti e esplosive proprio in ragione dell’età e dei relativi subbugli emotivi; agli adulti travolti nel lavoro e nel quotidiano dove la concentrazione di stress per sorreggere le mille complessità del quotidiano, familiare e professionale, condensa ansia e gestione affannosa di un sano equilibrio tra i diversi elementi; agli anziani, soli sempre più soli costretti ad una solitudine forzata nel loro interesse sì é vero ma anche con una sottrazione gravissima irrecuperabile del tempo perso in compagnia di chi si vuol bene.

Ed é proprio questo che il Covid ha fatto in questo anno trascorso, ha sottratto affetti, abitudini, normalità, legami, emozioni, fiducia, tempo alle nostre vite e con questa sottrazione ha agito dentro di noi, scompaginandoci.

Cosa ci aspetta nel prossimo futuro?

L’auspicio é il decollo decisivo dei vaccini con la tanto auspicata immunità di gregge, abbinata ad una pianificazione e programmazione economica in grado di risollevare i tanti settori devastati dalla crisi per le chiusure e le restrizioni ma soprattutto una iniezione di fiducia e positività che ci spinga fuori da questo momento e ci faccia rivedere la luce della normalità e delle belle sane abitudini di una volta fatte di abbracci, baci, apericena e aperitivi senza monoporzioni sigillate, serate tra amici senza timer orario, feste e soffio di candeline senza il timore di droplets infetti e l’abbandono definitivo della schermatura dei nostri volti con mascherine oscuranti sorrisi e velando emozioni.

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Biografia Fabiana Sergiacomo

Fabiana Sergiacomo
Fabiana Sergiacomo, funzionario del Miur, appassionata della mia città e della sua inesauribile cultura. Dotata di una passione sconfinata per la lettura, la scrittura e l'arte che Napoli offre in ogni angolo e in ogni suo tratto caratteristico.

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