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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Riflessioni Senza Linea

Uno sguardo sul mondo

Fabiana Sergiacomo
Fabiana Sergiacomo 4 mesi fa
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8 Min Lettura
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Una settimana difficile in Italia, con scioperi e preoccupazioni per la Global Sumud Flotilla, un convoglio civico per cercare di rompere il blocco navale, direzione Gaza e consegnare aiuti umanitari  provando ad aprire un corridoio che permettesse l’accesso alla popolazione civile palestinese.

Partita da più porti europei tra fine agosto e inizio settembre, la flotilla è composta da oltre 40 imbarcazioni e circa 500 partecipanti provenienti da più di 40 Paesi.

Il nome della missione, “Sumud”, significa “resistenza” in arabo e richiama alla resilienza del popolo palestinese. L’iniziativa è coordinata da una rete di organizzazioni non governative internazionali, tra cui la Freedom Flotilla Coalition, la Sumud Nusantara, e diverse realtà del mondo arabo, europeo e asiatico. L’obiettivo dichiarato è rompere il silenzio, attirare l’attenzione pubblica globale e contribuire — almeno simbolicamente — a rompere l’isolamento di Gaza.

Le imbarcazioni hanno lasciato porti come Barcellona, Genova, Napoli, Palermo, Tunisi e altre località del Mediterraneo. A bordo: attivisti, parlamentari, medici, giornalisti e volontari. Portano aiuti di prima necessità — medicinali, materiale sanitario, alimenti — destinati a una popolazione che da mesi vive sotto assedio e in condizioni umanitarie gravissime.

Il tratto finale del viaggio, tuttavia, si è rivelato il più complesso: mentre le imbarcazioni si avvicinavano alle acque prossime alla Striscia di Gaza, la preoccupazione per una possibile intercettazione da parte della marina israeliana, che considera il blocco navale una misura di sicurezza contro traffici di armi e atti ostili, è divenuta realtà e, piano piano, una alla volta le navi sono state abbordate e gli attivisti arrestati e trattenuti nei centri detentivi israeliani.

La fregata italiana Alpino, che ha scortato simbolicamente parte della flotilla, ha ricevuto l’ordine di fermarsi a circa 150 miglia nautiche dalla costa di Gaza, sottolineando il delicato equilibrio diplomatico tra il sostegno umanitario e il rispetto degli equilibri militari in regione. Restano bloccati in Israele ancora 15 attivisti italiani, che sono in rientro tramite uno scalo ad Atene.

Tutti coloro che si sono ritrovati travolti dall’esperienza hanno denunciato trattamenti disumani nei centri detentivi e condizioni contrarie ai diritti umani. Alcuni  detenuti (tra cui figure pubbliche) hanno, infatti, parlato di maltrattamenti: mancanza di cure mediche, umiliazioni, condizioni degradanti. Israele respinge queste accuse.

Purtroppo, in uno stato in guerra e con tutte le perplessità agli occhi degli israeliani di questa iniziativa, definita umanitaria, non dovrebbe sorprendere che le regole fondamentali di un impegno di pace saltino tutte…

Il merito della flotilla per chi l’ha sostenuta è di aver acceso un vivace dibattito politico internazionale. Da un lato, i promotori sostengono che il blocco navale rappresenti una violazione del diritto internazionale e delle convenzioni sui diritti umani. Dall’altro, Israele ribadisce il proprio diritto alla sicurezza, dichiarando che qualunque violazione della zona marittima potrà essere trattata come atto ostile.

Nel frattempo, ONG come Amnesty International, Médecins du Monde e altre reti per i diritti umani hanno espresso sostegno pubblico alla flotilla, chiedendo che venga garantita la sicurezza dei partecipanti e che venga rispettato il diritto umanitario.

Tuttavia, mai come quest’anno si è vista una partecipazione così ampia e coordinata.

Proteste di solidarietà globale in Europa e Medio Oriente: manifestazioni a Istanbul, Amsterdam, Parigi, Roma, Madrid, ecc. Anche in Italia c’è stata una sciopero generale che ha coinvolto milioni (più di 2 milioni secondo alcune fonti) per chiedere la fine del blocco su Gaza e maggiori corridoi umanitari.

Ad oggi, con il rientro di quasi tutti gli attivisti italiani, la politica comunque contesta la scelta di aver aderito all’iniziativa della Flotilla.

Allo stato, pare che Israele finalmente cominci a parlare di una tregua e di pace, anche se  è difficile a credersi soprattutto alla luce di una parte dell’opinione pubblica internazione che lo accuserebbe di genocidio dei palestinesi e soprattutto del massacro di bambini.

«Non posso garantire che Hamas accetterà di rilasciare gli ostaggi. Credo sia possibile. Spero che accada, ma non posso garantirlo’». Lo ha dichiarato il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu nel corso di un’intervista rilasciata a Euronews alla vigilia dei negoziati che prenderanno il via in Egitto sul piano di pace proposto dal presidente americano Donald Trump. «Se non dovesse accadere» che Hamas accetti l’accordo, «il presidente Trump ha dichiarato che sosterrà pienamente Israele in un’azione determinata contro Hamas», ha spiegato Netanyahu. «Speriamo di poter concludere questa situazione nel modo più semplice e non in quello più difficile», ha aggiunto il primo ministro israeliano.

Difficile a credersi, se si pensa alla situazione internazionale, laddove Trump che vorrebbe farsi garante della pace, ha convertito uno dei suoi ministeri nel ministero della “guerra” per evidenziare la sua vision sul tema.

Purtroppo, la situazione mondiale è terribile, viviamo in un mondo in guerra e di guerre, laddove alcune sono più importanti e mediatiche delle altre e sono quelle dove il conflitto non è solo di idee o di stati ma di supremazia tra chi crede che i valori democratici siano fondamentali e di per se superiori …senza comprendere le ragioni stesse del conflitto che riportano alla mente parole dette in un altro momento storico ma che valgono sempre: è la banalità del male che trascina dentro di se tutte le logiche spietate di guerra, violenza, soprusi e che non interessa solo le guerre “notorie” ma tutte quelle in atto nel mondo.

Attualmente da ultime rilevazioni risultano attivi 56 conflitti armati nel mondo, il numero più elevato dalla Seconda Guerra Mondiale, come evidenziato dalla pubblicazione del Global Peace Index 2024, distribuiti in varie regioni tra cui, come ben sappiamo, l’Ucraina, la Striscia di Gaza, il Myanmar e il Messico, che coinvolgono almeno 92 Paesi e hanno causato nel 2024 più di 233.000 vittime…a cui aggiungere drammaticamente la conta delle vittime del 2025…una conta terribile…che non si arresta e che il male per nulla banale sta continuando a far crescere per il vil denaro e il desiderio tutto primitivo e istintivo di possedere terra, potere, supremazia e annientare l’altro da se senza empatia, senza comprensione, senza lo spirito di condivisione della pace che dovrebbe essere, invece, il vero spirito dell’umanità.

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Pubblicato da Fabiana Sergiacomo
Fabiana Sergiacomo, funzionario del Miur, appassionata della mia città e della sua inesauribile cultura. Dotata di una passione sconfinata per la lettura, la scrittura e l'arte che Napoli offre in ogni angolo e in ogni suo tratto caratteristico.
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