Ci sono luoghi in cui il tempo sembra essersi fermato e altri in cui scorre a due velocità differenti: quella lenta della burocrazia e quella tenace di una comunità che non si arrende. Tornare ad Amatrice, a dieci anni dal devastante terremoto del 2016, significa fare i conti con una ferita ancora aperta. Il nostro Fulvio Donato è tornato tra le montagne laziali per raccontare da vicino la realtà di un paese che cerca di riemergere dalle proprie ceneri con dignità e forza d’animo.
Il ricordo del sisma e il ruolo del centro “Il Corso”
L’impatto con la memoria di quella notte è sempre un momento toccante. Fulvio ricorda con nitidezza il suo primo ritorno tra queste valli: “La prima volta che andai a visitare Amatrice fu qualche anno dopo il terremoto. Ancora ricordo lo shock che provai nel vedere un paese completamente raso al suolo. Una bellissima realtà totalmente devastata dal sisma del 2016, come anche altre località adiacenti. Non riuscivo a credere che laddove posavano i miei occhi, erano morte tante persone. Oggi dopo alcuni anni siamo tornati a visitarla e fortunatamente abbiamo visto qualche miglioramento”.
Camminando per le vie del paese, il cuore pulsante dell’economia e della socialità resta ancora oggi “Il Corso”, la struttura prefabbricata nata nell’emergenza per dare continuità alle attività commerciali. “Già allora fu eretto un piccolo centro commerciale chiamato ‘Il Corso’, costruito interamente in strutture prefabbricate”, spiega Fulvio. “Inizialmente è stato l’unico edificio a permettere a molte attività lavorative di andare avanti, poi man mano sono riusciti ad aprire nuovi esercizi, specialmente di genere alimentare”.

L’eccellenza della gastronomia locale e la vera Amatriciana
È proprio tra questi banchi che il viaggio si trasforma in un atto di sostegno concreto alla comunità locale. Sostenere Amatrice significa infatti anche valorizzare il suo patrimonio enogastronomico, famoso in tutto il mondo. “Essendo ‘Il Corso’ attualmente il fulcro dell’economia locale, ci siamo recati all’interno a dare il nostro contributo, acquistando un po’ di prodotti tipici del territorio come ovviamente il rinomatissimo guanciale di Amatrice, indispensabile per poter cucinare il capostipite d’eccezione della gastronomia locale, ovvero l’Amatriciana. Certo è che non potevamo attendere per assaggiare questa favolosa pietanza, ragion per cui ci siamo subito recati in una trattoria locale raccomandata per poter deliziare il nostro palato con questo primo d’eccezione”.
La tavola amatriciana offre però molto di più. Il racconto prosegue tra le eccellenze del posto: “Non da meno sono gli altri prodotti locali come salumi, latticini e verdure a chilometro zero che rendono il repertorio culinario ricco ed ampiamente valido. Voglio anche assolutamente dare una nota di merito ai fornai del centro che ci hanno fatto provare il pane tradizionale di Amatrice e i loro dolci artigianali veramente squisiti e di ottima qualità”.

Le voci del posto: tra l’amarezza della ricostruzione e il desiderio di rinascita
Ma dietro l’accoglienza calorosa degli esercenti e il profumo dei piatti tradizionali, affiora inesorabile il peso degli anni passati nell’attesa di una ricostruzione completa. Chiacchierando con i cittadini, il dolore per ciò che è stato perso si intreccia alla frustrazione del presente. “Intrattenendomi a chiacchierare con gli esercenti, non ho potuto fare a meno di scorgere attraverso le conversazioni il dramma che hanno vissuto e l’amarezza che ancora oggi, a distanza di dieci anni, è presente nel loro stato d’animo. Riesci ad intravederla negli sguardi, quegli sguardi che hanno visto il dolore e la tragedia che hanno cambiato per sempre le loro vite. Infatti, come è mia abitudine fare, ho interagito un po’ con le persone del posto e, durante la conversazione, ho alluso al fatto che finalmente si poteva notare un miglioramento nel vedere la città in ricostruzione, ma non ho riscontrato molto entusiasmo a tal riguardo da parte loro e la risposta più significativa che mi è stata data è: ‘Si potrebbe fare di più’. Un ‘di più’ che lasciava trapelare un grande malcontento pieno di amarezza e insoddisfazione per il mancato sostegno da parte dello Stato nei loro confronti, che si sono visti crollare non solo la casa, ma una vita intera di sacrifici e di ricordi. Perché oltre al dramma che hanno vissuto, si sono sentiti anche abbandonati”.

La forza del popolo amatriciano e le riflessioni di fine viaggio
Nonostante questo senso di solitudine istituzionale, la vera forza di Amatrice risiede nella temprata volontà dei suoi abitanti di non arrendersi. “Ci tengo però, come sempre, a mettere una nota di ottimismo per il popolo di Amatrice, che ha forza, coraggio ed intraprendenza per poter rinascere dalle proprie ceneri”, sottolinea Fulvio. “Una rinascita che sta avvenendo con grande spirito d’iniziativa e organizzazione, rilanciando il proprio patrimonio culturale attraverso sagre ed eventi folkloristici, richiamando l’attenzione che questa realtà merita. Il nostro tour amatriciano si conclude pernottando in un confortevole albergo, completamente restaurato e rinforzato, dove abbiamo potuto beneficiare del giusto riposo e della tranquillità che l’aria montanara offre”.

Il viaggio si chiude lasciando spazio a una riflessione profonda che va oltre la semplice cronaca e parla a ciascuno di noi: “Infine lasciamo il paese con le più profonde riflessioni che inesorabilmente ci rammentano che nulla è scontato nella vita e che dobbiamo essere sempre grati per quanto ci viene dato nel nostro quotidiano, non trascurando mai anche le più piccole cose. Quelle che nel corso della giornata ci rendono felici e spensierati. Perché quando ti confronti con queste dure realtà, ti rendi conto che tutto può cambiare”.

