WhatsApp a pagamento per eliminare la pubblicità: il nodo europeo tra privacy, concorrenza e modelli di business
L’ipotesi di un abbonamento a pagamento per usare WhatsApp senza pubblicità non nasce dal nulla e non può essere liquidata come una semplice bufala. Allo stesso tempo, però, non esiste alcuna decisione ufficiale né un calendario che lasci presagire un cambiamento imminente. La possibilità di un piano facoltativo si colloca in una zona grigia, sospesa tra sperimentazioni tecniche, vincoli normativi europei e il tentativo di Meta di adattare il proprio modello di business a un quadro regolatorio sempre più stringente.
La notizia prende forma a partire da alcune analisi condotte da Wabetainfo, sito specializzato nel monitoraggio delle versioni beta di WhatsApp. Nella beta Android 2.26.3.9 sarebbero presenti riferimenti a un abbonamento opzionale per rimuovere la pubblicità. Si tratta di segnali indiretti, individuati nel codice, che non equivalgono a un annuncio ufficiale. Wabetainfo, pur essendo considerato attendibile nel settore, non è affiliato a WhatsApp né alla sua casa madre Meta, e l’esperienza insegna che molte funzioni testate in beta non arrivano mai alla versione finale dell’app.
A rafforzare la cautela contribuisce il silenzio dei canali ufficiali. Il blog di WhatsApp, al momento, non contiene alcun riferimento a piani a pagamento o a modifiche strutturali del servizio. Questo significa che non esistono conferme su tempi, costi o modalità di un eventuale abbonamento. Anche le cifre circolate, come l’ipotesi di un costo mensile di circa quattro euro, rientrano nel campo delle speculazioni.
Secondo quanto emerso, l’eventuale pubblicità riguarderebbe esclusivamente la sezione “Aggiornamenti”, cioè stati e canali, senza toccare le chat private. Le conversazioni continuerebbero a essere protette dalla crittografia end-to-end, uno degli elementi distintivi di WhatsApp rispetto ad altri servizi del gruppo Meta. In questo senso, parlare di “WhatsApp a pagamento” è improprio: l’ipotesi riguarda piuttosto un abbonamento facoltativo per rimuovere inserzioni pubblicitarie da una parte specifica dell’app.
Il tema assume però un peso diverso se osservato dal punto di vista europeo. Meta ha già dichiarato l’intenzione di introdurre pubblicità su WhatsApp e, per farlo nell’Unione europea, deve confrontarsi con un sistema normativo che mira a riequilibrare i rapporti di forza tra grandi piattaforme e utenti. I due pilastri di questo sistema sono il Regolamento generale sulla protezione dei dati (GDPR) e il Digital Markets Act (DMA).
Il GDPR stabilisce che il trattamento dei dati personali, inclusa la profilazione a fini pubblicitari, debba basarsi su un consenso libero, specifico e informato. Il DMA, entrato pienamente in vigore per i grandi operatori digitali, introduce un livello ulteriore di tutela, imponendo ai cosiddetti “gatekeeper” di offrire alternative reali all’uso dei servizi basati sulla profilazione. In sostanza, un utente non deve essere costretto a scegliere tra rinunciare a un servizio essenziale o accettare la pubblicità personalizzata.
È proprio su questo punto che il modello di business di Meta ha mostrato le maggiori fragilità. Nel 2023 il gruppo ha introdotto su Facebook e Instagram il modello “pay or consent”, che prevedeva la possibilità di sottoscrivere un abbonamento per evitare la pubblicità. La scelta è stata contestata dalle istituzioni europee perché non prevedeva un’opzione gratuita senza profilazione. Dopo un’istruttoria, nel 2025 la Commissione europea ha inflitto a Meta una sanzione da 200 milioni di euro, giudicando il modello incompatibile con il DMA.
Secondo l’interpretazione della Commissione, un’azienda come Meta dovrebbe offrire tre possibilità distinte: un servizio gratuito con pubblicità basata sulla profilazione, un servizio gratuito con pubblicità non profilata e un servizio a pagamento senza pubblicità. È un equilibrio complesso, perché mette in discussione il cuore del modello economico del gruppo, fondato sulla raccolta e sull’elaborazione dei dati degli utenti.
Nel caso di WhatsApp, la situazione appare ancora più delicata. Le ipotesi circolate finora sembrano limitarsi a due opzioni: accettare la profilazione oppure pagare per evitarla. Mancando una terza alternativa gratuita, il rischio è quello di riproporre uno schema già contestato in sede europea. È per questo che molti osservatori parlano di un’ipotesi “plausibile ma incompleta”.
Spesso si sostiene che WhatsApp sia meno problematico dal punto di vista della privacy, perché le conversazioni sono crittografate e non accessibili alla piattaforma. È un elemento reale, ma non risolutivo. Anche senza leggere i messaggi, WhatsApp raccoglie e utilizza informazioni sugli utenti, come lingua, area geografica, comportamento all’interno dell’app e interazioni con i canali seguiti. Inoltre, il collegamento con altri servizi Meta consente un’ulteriore integrazione dei dati, sebbene questa opzione possa essere disattivata dalle impostazioni. Anche questo tipo di profilazione rientra nel perimetro di attenzione del GDPR e del DMA.
In questo contesto di incertezza normativa e tecnica, proliferano inevitabilmente notizie distorte e tentativi di truffa. Messaggi che annunciano l’introduzione imminente di costi per ogni comunicazione, link che promettono di “bloccare il pagamento” o applicazioni non ufficiali che garantiscono WhatsApp gratuito a vita sono segnali di un fenomeno già visto in passato. L’unico criterio affidabile resta quello di fare riferimento esclusivamente alle comunicazioni ufficiali dell’app.
Se un abbonamento per eliminare la pubblicità dovesse diventare realtà, sarà WhatsApp stessa a informare gli utenti, chiarendo prezzi, condizioni e alternative. Fino ad allora, l’ipotesi di un WhatsApp a pagamento va letta come il riflesso di una tensione più ampia tra le ambizioni commerciali delle grandi piattaforme e il tentativo europeo di imporre regole più severe su privacy, concorrenza e libertà di scelta degli utenti.

