(Adnkronos) – “Immaginate un ingegnere che decida di ignorare le leggi della fisica e i calcoli strutturali, costruendo un palazzo che poi inevitabilmente crolla. Se la politica decidesse, con un decreto ‘ad hoc’, di riabilitarlo sostenendo che in fondo le sue erano solo ‘opinioni alternative’ sulla gravità, ci fideremmo mai più di lui? Porteremmo le nostre famiglie ad abitare in altri edifici da lui progettati? E quale giudizio daremmo a un tribunale che giustificasse il suo operato considerandolo semplicemente ‘non convenzionale’ anziché pericoloso? È esattamente ciò a cui si rischia di assistere di fronte all’ipotesi di riammettere all’esercizio della professione i medici radiati durante l’emergenza pandemica: un cortocircuito istituzionale e deontologico di pari gravità. Qui non siamo di fronte a legittime divergenze di pensiero, ma alla messa in discussione dei principi fondanti di una professione cardine e della sicurezza collettiva. Gli Ordini professionali sono enti sussidiari dello Stato, istituiti a tutela della salute pubblica per garantire che l’attività medica si fondi sul rigore scientifico e sul codice deontologico. La radiazione rappresenta la misura estrema, adottata unicamente a fronte di comportamenti ritenuti del tutto incompatibili con la cura e la salvaguardia dei pazienti”. Così in una lettera all’Adnkronos Salute l’immunologo Mauro Minelli, professore di Nutrizione clinica all’università Lum ‘Giuseppe Degennaro’, interviene sul via libera alla Camera, nel Ddl professioni sanitarie, alla misura che introduce un percorso straordinario per riammettere agli Albi i professionisti sanitari radiati negli anni del Covid. Misura che ha fatto molto discutere e che anche alcuni partiti della maggioranza hanno annunciato di non condividere. “Al Senato è nostra intenzione lavorare per modificarla”, ha detto Stefania Craxi, presidente dei senatori di Forza Italia.
“Scavalcare d’ufficio queste prerogative per logiche estranee al merito significherebbe privare la categoria della facoltà di vigilare su se stessa. Si esporrebbe così la collettività al rischio concreto che a determinare gli standard della salute non siano più le competenze e i presidi di controllo, ma valutazioni di mera convenienza politica”, aggiunge Minelli.
“Il dibattito istituzionale di queste ore evidenzia tutta la delicatezza e la criticità di una simile impostazione. Se da un lato si registrano spinte verso un colpo di spugna difficilmente difendibile sul piano dei principi, dall’altro emergono segnali di riflessione e distinguo che lasciano intravedere la possibilità di ripensamenti o correttivi in corso d’opera. È auspicabile – conclude il medico – che prevalga questo ravvedimento istituzionale e che il provvedimento venga riconsiderato: evidenze scientifiche e presidi sanitari non possono in alcun modo diventare merce di scambio o terreno di compromesso. La fiducia dei cittadini nelle istituzioni sanitarie si regge sul rigore, sulla competenza e sul rispetto delle regole. Non sui condoni ideologici”.
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