Una nuova iniziativa parlamentare punta a vietare gli allevamenti intensivi di polpi, limitare quelli di tonno rosso e proteggere la biodiversità marina. Una scelta che apre una riflessione sul rapporto tra produzione alimentare, tutela dell’ambiente e rispetto degli animali.
Il mare non è una fabbrica. È un ecosistema complesso, delicato, popolato da creature straordinarie che svolgono un ruolo fondamentale nell’equilibrio della natura. Eppure, anche gli oceani rischiano di diventare luoghi di produzione intensiva, nei quali le esigenze economiche prevalgono sul benessere animale e sulla salvaguardia dell’ambiente.
È proprio da questa preoccupazione che nasce la proposta di legge presentata alla Camera dei deputati da Alleanza Verdi e Sinistra (AVS), con il sostegno dell’organizzazione internazionale Compassion in World Farming (CIWF) Italia.
L’iniziativa, promossa dal deputato Devis Dori, punta a impedire la nascita di allevamenti intensivi di polpi, contrastare l’espansione degli impianti destinati al tonno rosso e introdurre una moratoria per ulteriori forme di allevamento intensivo di specie marine carnivore.
Il polpo è uno degli animali più sorprendenti del mondo marino.
Possiede un sistema nervoso estremamente sviluppato, è capace di apprendere, risolvere problemi, riconoscere situazioni e modificare il proprio comportamento in base alle esperienze.
È inoltre un animale prevalentemente solitario, abituato a esplorare il proprio ambiente e a rifugiarsi negli anfratti dei fondali.
Immaginare migliaia di polpi confinati in vasche, costretti a condividere spazi ristretti e privati della possibilità di esprimere i propri comportamenti naturali, solleva interrogativi etici profondi.
Non si tratta soltanto di sensibilità animalista. Le conoscenze scientifiche sulla capacità dei cefalopodi di percepire stimoli nocivi e manifestare comportamenti complessi rendono necessario interrogarsi sulle conseguenze del loro confinamento.
Il progetto di realizzare un grande allevamento industriale di polpi nelle Isole Canarie, promosso dalla società Nueva Pescanova, è stato fermato nel luglio 2026 dopo una lunga mobilitazione di associazioni, ricercatori e cittadini.
Anche il tonno rosso rappresenta una delle grandi contraddizioni dell’acquacoltura moderna.
È un pesce straordinariamente potente, capace di percorrere enormi distanze e di raggiungere velocità elevate. La sua biologia è legata al movimento continuo e agli spazi aperti.
Negli impianti di ingrasso, invece, i tonni vengono catturati in mare e trasferiti in grandi gabbie, dove sono alimentati fino al raggiungimento del peso richiesto dal mercato.
Questa pratica pone questioni importanti non soltanto sul benessere degli animali, ma anche sull’utilizzo delle risorse marine.
Per alimentare i tonni vengono infatti impiegate grandi quantità di altri pesci, come sardine, acciughe e sgombri. Secondo le stime riportate dalle associazioni promotrici, per ottenere un chilogrammo di tonno possono essere necessari fino a 16 chilogrammi di pesce selvatico, sebbene il rapporto vari in funzione dei sistemi produttivi.
Inoltre, l’accumulo di sostanze organiche, residui alimentari ed escrezioni può esercitare pressioni sugli ecosistemi circostanti, soprattutto quando gli impianti sono concentrati in aree marine vulnerabili.
La proposta di legge non rappresenta semplicemente un tentativo di regolamentare una particolare attività economica.
Invita a ripensare il nostro rapporto con gli animali e con le risorse naturali.
Per troppo tempo abbiamo considerato il mare come un patrimonio inesauribile, dal quale prelevare senza interrogarci sufficientemente sulle conseguenze delle nostre azioni.
Oggi sappiamo che non è così.
La biodiversità marina è sottoposta a numerose pressioni: cambiamenti climatici, inquinamento, pesca eccessiva, distruzione degli habitat e crescente domanda di prodotti ittici.
In questo scenario, promuovere modelli produttivi sostenibili diventa una necessità.
Occorre tuttavia distinguere tra le diverse forme di acquacoltura: non tutte presentano gli stessi impatti ambientali, e alcune possono contribuire all’approvvigionamento alimentare se adeguatamente regolamentate.
Il punto centrale è stabilire quali specie possano essere allevate, in quali condizioni e con quali conseguenze per gli ecosistemi e il loro benessere.
La proposta ha raccolto attenzione anche da parte di rappresentanti del Partito Democratico e del Movimento 5 Stelle, aprendo la possibilità di un confronto parlamentare più ampio.
Non si tratta, però, di una legge già approvata. Il percorso legislativo dovrà definire con precisione divieti, eventuali moratorie, controlli e conseguenze per le attività esistenti.
È importante che il confronto coinvolga scienziati, biologi marini, associazioni ambientaliste, operatori della pesca e rappresentanti delle comunità costiere.
La tutela degli animali e dell’ambiente deve procedere insieme alla ricerca di soluzioni economicamente sostenibili e socialmente equilibrate.
C’è infine una considerazione che va oltre la politica e l’economia.
Abbiamo imparato a riconoscere la sofferenza degli animali che vivono accanto a noi. Ci emozioniamo davanti all’intelligenza di un cane, alla sensibilità di un cavallo o alla capacità di relazione di molte specie terrestri.
Ma spesso dimentichiamo che anche sotto la superficie del mare esistono forme di vita complesse, capaci di adattarsi, apprendere e interagire con l’ambiente.
Un polpo non è soltanto un alimento. Un tonno non è soltanto una risorsa commerciale.
Sono esseri viventi che appartengono a un equilibrio naturale del quale anche noi facciamo parte.
Proteggere il mare non significa essere contrari al progresso. Significa comprendere che il vero progresso non può prescindere dal rispetto della vita.
La proposta di legge sugli allevamenti intensivi di polpi e tonni rossi rappresenta dunque un’occasione importante per avviare una riflessione collettiva.
Perché il futuro dei nostri mari dipenderà anche dalla capacità di riconoscere un limite alle nostre ambizioni produttive.
E forse il primo passo verso una società davvero evoluta è proprio questo: imparare che non tutto ciò che siamo tecnicamente capaci di fare è necessariamente giusto farlo.





