Dentro l’autore non è la solita intervista promozionale, ma un atto di sincerità letteraria. Su Senzalinea abbiamo chiesto agli autori di fare un passo indietro rispetto alla trama e un passo avanti verso lo specchio. Niente domande preconfezionate: a scrivere, stavolta, è direttamente chi il libro lo ha pensato, sofferto e vissuto. In questo appuntamento vi portiamo dietro le quinte del romanzo «Quello che restava di me» di Milena Lacalamita (Ali Ribelli Edizioni): un viaggio che parte dalle pagine per arrivare dritto alla vita di chi le ha scritte.
La parola passa all’autore.
Ci sono silenzi che non fanno rumore, eppure riescono a diventare assordanti.
Sono quelli che nascono quando smetti di raccontare ciò che vivi. Quando cominci a giustificare parole che ti feriscono, comportamenti che ti umiliano, assenze che ti fanno sentire sola anche quando qualcuno è accanto a te. Sono silenzi che, giorno dopo giorno, finiscono per convincerti che forse il problema sei tu.
Per molto tempo mi sono chiesta perché fosse diventato così necessario, per me, scrivere Quello che restava di me.
La risposta è arrivata lentamente, attraversando il dolore e trasformandolo in consapevolezza: la sofferenza non ha sesso,non ha età,non ha un determinato colore di pelle.
Può entrare nella vita di chiunque. Può insinuarsi in una relazione che all’inizio sembrava amore. Può prendere la forma di una parola, di un controllo, di una manipolazione, di un dubbio instillato giorno dopo giorno fino a farti perdere fiducia persino nella tua percezione della realtà.
Ed è proprio allora che cominci a perderti.
Ho scritto questo romanzo perché ciò che ho vissuto non rimanesse soltanto una ferita. Volevo trasformarlo in qualcosa che potesse servire a qualcun altro.
In una voce.
In un campanello d’allarme.
In quella frase che forse qualcuno ha bisogno di leggere proprio nel momento in cui pensa di non avere più la forza di reagire.
Basta.
Se anche una sola persona, attraverso queste pagine, riuscirà a riconoscere ciò che sta vivendo, a smettere di sentirsi sbagliata e a trovare il coraggio di chiedere aiuto o semplicemente di andarsene, allora il dolore che ha generato questa storia avrà avuto un senso.
Nel romanzo, questo percorso prende il volto di Anastasia.
Anastasia non si ritrova improvvisamente dentro una prigione. Ci entra quasi senza accorgersene. Una porta alla volta. Una rinuncia alla volta. Una manipolazione dopo l’altra.
La sua prigione non ha sbarre.
È fatta di parole, di controllo, di isolamento, di falsificazione della realtà. È fatta soprattutto di quella terribile convinzione che lentamente le viene imposta: forse sono davvero io quella sbagliata. Forse sono davvero io quella fragile.
Fino a quando anche il suo corpo comincia a parlare per lei.
Gli attacchi di panico, la paura, il senso di smarrimento diventano il prezzo di una vita nella quale Anastasia non riesce più a riconoscersi.
E poi arriva quel mercoledì di ottobre.
Una valigia in mano.
Una porta.
E una scelta.
Lui sa esattamente dove colpirla. E pronuncia quelle parole che, per tanto tempo, hanno avuto il potere di tenerla prigioniera:
««Fuori da questa porta sei il nulla, Anastasia. Il nulla.»»
Ma quella volta qualcosa è cambiato.
Forse perché quando hai perso quasi tutto, scopri che c’è una cosa che nessuno può portarti via: la possibilità di scegliere chi vuoi essere da quel momento in poi.
Anastasia lo guarda negli occhi.
E risponde:
««Può darsi che io sia il nulla, per te. Ma preferisco essere il nulla e scoprire chi sono da sola, piuttosto che continuare a morire un po’ ogni giorno in questa casa.»»
In quelle parole non c’è soltanto una donna che se ne va.
C’è una donna che, per la prima volta dopo tanto tempo, sceglie se stessa.
È il punto di non ritorno.
Da quella porta comincia il viaggio più difficile: imparare nuovamente a fidarsi di sé, riavvicinarsi agli affetti autentici, ritrovare la propria autonomia e ricostruire, gesto dopo gesto, quella parte di sé che credeva perduta.
Fino a raggiungere un traguardo che forse, un tempo, avrebbe considerato impossibile: una laurea in Medicina a cinquant’anni, con 110 e lode.
Perché la vita può toglierti molto.
Può farti credere di essere arrivata troppo tardi.
Può convincerti che non ci sia più tempo per ricominciare.
Ma non può decidere al posto tuo quando smettere di vivere.
Quello che restava di me nasce da qui.
Dalla necessità di rompere il silenzio.
Dalla convinzione che raccontare una ferita non significhi rimanere dentro quella ferita, ma poter finalmente darle un significato.
È un romanzo sulla violenza psicologica, ma soprattutto è un romanzo sulla possibilità di tornare a essere se stessi.
Perché l’amore sano non ti chiede di diventare più piccola per poter rimanere accanto a qualcuno. Non ti toglie gli amici, la dignità, la libertà o la voce. L’amore sano non ti spegne. Ti permette di fiorire.
E forse è questo il messaggio che vorrei arrivasse più lontano delle pagine del mio libro.
A chi oggi si sente fragile.
A chi non racconta più ciò che accade dentro casa.
A chi continua a chiedersi se sta esagerando.
A chi si guarda allo specchio e non riconosce più la persona che era.
A chi pensa che sia troppo tardi per ricominciare.
Non è troppo tardi.
Non sei il nulla che qualcuno ha cercato di convincerti di essere.
Sei ancora lì.
Da qualche parte, sotto tutto quello che ti hanno fatto credere di essere.
E forse devi soltanto trovare il coraggio di tornare a prenderti.
Milena Lacalamita, 55 anni e mamma di due figli. La sua vita nasce da radici profonde e mondi diversi: porta con sé la Puglia e la Calabria, e un’anima brasiliana che le viene dal nonno materno. Da lui ha preso la solarità e la grinta di chi sa trasformare ogni dolore in una spinta per rialzarsi, sorridere e guardare avanti.
La scrittura e la lettura sono sempre state la sua bussola. Fin da bambina, mentre guardava la mamma cucire, riempiva diari su diari, scrivendo ogni pensiero, dal più semplice al più intimo. Emotiva, sensibile e romantica, ha sempre trovato nelle parole il modo più naturale per raccontare ciò che sente.
Per più di dieci anni si è presa cura degli altri lavorando come imprenditrice nel mondo del benessere. Quando la pandemia l’ha costretta a chiudere il suo centro, si è sentita persa e schiacciata dal fallimento. Ma proprio tra le macerie ha ritrovato la sua forza: con lo sport come primo appiglio, si è rimessa in gioco con tenacia, si è specializzata in Naturopatia ed è diventata Mental Coach. Le piacciono la meditazione, l’astrologia e la spiritualità orientale, e da sempre sogna di visitare il Giappone, un Paese che sente vicino al cuore.
Quello che restava di me è il suo romanzo d’esordio: una storia intensa e toccante sulla fragilità femminile. Parla del coraggio di attraversare le ombre, spezzare le catene e trovare la forza di ricominciare a vivere… sempre.
Per acquistare il libro:
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