Comunicazione del terzo millennio, la realtà dei fatti non ha più importanza

Siamo stati travolti da un’epidemia a cui non eravamo assolutamente pronti, il Covid-19 sta spaventando e ogni giorno miete vittime, come un tir impazzito che si scaglia in un concerto degli U2. In un momento così delicato, l’informazione, che già da anni oscilla come un pendolo fra il romanzo e la bufala, sta toccando un fondo così basso, che sarà complicato ritornare ad una sorta di normalità. Si sprecano le notizie false, numeri di contagiati, come estrazioni del lotto settimanale, morti senza nome che diventano percentuale di una macabra statistica. Siamo in guerra, invisibile e insidiosa, dove chi fa informazione, ha il dovere di essere quanto più chiaro possibile, per evitare ulteriore paura e disordini. E invece anche questa volta, i giornali sprecano milioni di caratteri per una gara a chi la spara più grossa, fra cure inesistenti e ipotesi di complotto, dalla caccia all’untore alle critiche territoriali. Per cercare un po’ di chiarezza di questo ennesima brutta pagina per il giornalismo italiano, abbiamo colto l’occasione per intervistare Enrico Parolisi, docente di Giornalismo e Nuovi Media alla Scuola di Giornalismo di Napoli “Suor Orsola Benincasa” e responsabile di strategie di comunicazione integrate della start-up Nexting, un ragazzo che prima di ogni cosa è alla ricerca, ancora, della realtà dei fatti.

Allora iniziamo dal principio, cosa sta succedendo da qualche anno al giornalismo italiano?  

Bisogna fare un’importante distinzione tra quello che accade da anni e quello che accade nelle ultime settimane. Da anni il giornalismo accusa una crisi che trova molteplici radici fondanti: si va dal nefasto arrivo del web che gli editori italiani non hanno saputo fronteggiare al precariato giornalistico che ha spaccato la categoria, dall’insostenibile politicizzazione dei riferimenti informativi a una più diffusa crisi sociale e culturale dell’intera popolazione. Di contro, spesso in questi anni l’impressione è che i giornalisti si siano arroccati in torri d’avorio per legittimare la loro autorevolezza, dando la sensazione al lettore di appartenere a una sorta di casta privilegiata che, essendo addentro a determinate dinamiche, chiaramente non riguarda il 90 percento dei colleghi. Insomma, possiamo giocare ore a cercare cosa ha più o meno rovinato il comparto, ma la conseguenza resta una: la credibilità è minata alla base, il rapporto tra il cittadino e chi lo informa è basato sulla sfiducia e non sulla fiducia. Non lo dico io, lo dice la Reuters nell’ultimo report disponibile sul consumo informativo a livello globale (2019): in Italia la fiducia dei cittadini nei confronti dei media si attesta intorno al 40 percento, due punti percentuale al di sotto del dato medio mondiale, con lo smartphone che prende il posto dei giornali (scesi dal 60 percento al 25 percento in 6 anni come metodo di fruizione dell’informazione). Questo scenario, secondo me, spinge molti a cercare l’autorevolezza ben oltre la testata”.

Con la Pandemia sembrano quasi tutti vogliosi di raccontare favole e racconti distopici, perché?

Ecco, quello che accade in questi giorni è proprio frutto di questo cambio di passo. L’informazione prima veniva cercata, ora ti arriva direttamente sullo smartphone e in maniera massiva, con ogni contatto che può a sua volta diventare fonte di informazione. Escludiamo per un momento le nuove generazioni, che hanno freschezza e mezzi per comprendere cosa attraverso il nuovo strumento sia vero o meno. Per quelli cresciuti con i giornali di carta e la TV a casa, due mezzi che sono “monodirezionali” e a cui solo pochi avevano accesso dal lato della produzione del contenuto, non è tanto scontato intercettare in questo marasma di informazioni le falsità diffuse per i più svariati motivi. La conseguenza è la partecipazione a questo rito collettivo in maniera irresponsabile. Per spiegare cosa sta accadendo è tornato di voga un neologismo, “infodemia”, che, cito testualmente la Treccani, è la “circolazione di una quantità eccessiva di informazioni, talvolta non vagliate con accuratezza, che rendono difficile orientarsi su un determinato argomento per la difficoltà di individuare fonti affidabili”.

Perché il lettore è così attratto dalle fake news?

“Questo è un aspetto comune a giornalismo e comunicazione, un meccanismo mentale che prende il nome di confirmation bias, bias di conferma. Il lettore è mentalmente spinto a cercare contenuti che confermino convinzioni pregresse, mentre è meno avvezzo ad accettare contenuti che le mettano in discussione. Va da sé che se – ad esempio – sono convinto che i cinesi mangino topi e il regime trami guerre batteriologiche contro gli Stati Uniti, l’idea che il coronavirus sia fuggito da un laboratorio confermi i miei preconcetti, magari basati su un’osservazione superficiale della comunità cinese rappresentata dai negozianti del mio quartiere. Al punto tale che anche davanti alle smentite dell’intera comunità scientifica, io ritenga comunque valido quello che avrei compreso da un TgR di 5 anni fa”.

Esiste un Ordine dei Giornalisti che dovrebbe assicurare la giusta informazione, come mai permette l’onda anomala delle fake news?

“L’Ordine qualcosa in tal senso sta provando a farla. In Campania ad esempio hanno attivato già dai primi giorni della pandemia un Osservatorio. Il problema è che, secondo me, pochi risultati arriveranno fin quando non si acquisiscono una serie di consapevolezze sul termine stesso di fake news. Al momento invece è una battaglia coi mulini a vento. È una cosa che spiego spesso ai seminari o a lezione all’università: in questo inglesismo che ora va tanto di moda, fake news, sono confluite in realtà tipologie di panzanate che differiscono per almeno nove motivi per cui nascono (che vanno dalla propaganda politica al profitto passando per la parodia, il fazionismo e l’interesse particolare, senza sottovalutare il semplice cattivo giornalismo che prende cantonate), che differiscono per metodo di diffusione (dai quotidiani registrati al Tribunale agli audio Whatsapp) e che portano risultati diretti o meno a chi le diffonde. Senza adoperare delle nette categorizzazioni delle fake news è impossibile agire secondo le competenze dirette che ognuno ha. Gli audio su Whatsapp e le pagine Facebook che seminano bufale (come quella del complottista Rosario Marcianò recentemente sequestrata con insoliti “sigilli” al posto delle foto profilo e cover) lasciamoli alla Polizia Postale. L’Ordine dei Giornalisti faccia quello che è nelle sue competenze: provvedimenti disciplinari, sanzioni e radiazioni per quanto riguarda l’attività giornalistica, con controlli sui giornalisti o chi sedicente ne assume le competenze. Che già per fare solo questo, l’ordinario, c’è bisogno di uno sforzo notevole: invece noi vediamo ancora un Feltri che continua a beffarsi della deontologia ogni giorno e un presidente dell’Ordine che si limita a una tiratina d’orecchie di tanto in tanto”.

Quale sarebbe, secondo te, la giusta soluzione per una reale informazione?

“Come sopra: l’informazione è un campo troppo ampio. Ogni player coinvolto dovrebbe mettere in campo quanto in suo possesso per arginare il fenomeno della cattiva informazione. Sul digitale, restano i tentativi mai esplosi di Facebook e Google ad esempio. Quello che vedo funzionare a 360 gradi è il fact-checking. Esempi come Butac e Bufale.net hanno fatto scuola, ora realtà come AGI e Open si sono dotati di sezioni ad hoc per la verifica delle informazioni. Forse, e dico forse, formalizzare da un punto di vista lavorativo e istituzionale questa figura potrebbe essere un importante passo per la lotta alle fake”.

Un lettore, come potrebbe proteggersi dalle fake news, considerando che alcune notizie possono essere facilmente scambiate per verità?

“Ci sono degli antidoti, tutti riconducibili all’interazione non passiva con l’informazione. In pratica, un consumo consapevole delle notizie, fatto di riflessione sul perché o per chi quell’informazione può assumere valore o vantaggio. Non è facile, soprattutto in infodemia. Ma è l’unica precauzione che l’utente può prendere per sé stesso”.

Tutti giornalisti e tutti laureati all’università della strada o dei social, se tornassi indietro spenderesti ancora tempo e denaro per tutti i tuoi titoli sudati con studio e dedizione?

“In realtà dall’università in poi sono stato un pessimo studente, molto l’ho appreso provando e provando e provando ancora, specialmente lavorando. Non so se avete presente quell’adagio che recita “Chi veramente rovina il mondo ha la giacca e la cravatta”: ora ha la giacca, la cravatta ed è coadiuvato da esperti che hanno comprato una competenza in comunicazione che gli hanno venduto come scientifica ma in realtà è empirica. Ad ogni modo tornando indietro no, cambierei percorso: mi dedicherei ad attività manuali, sono meglio retribuite. Lascerei inoltre Napoli in cerca di un mercato del lavoro più equo”.

Ti è mai capitato di dare una notizia falsa, in buona fede?

“Solo chi non fa non sbaglia. Mi è capitato di dare in passato valenza e autorevolezza a fonti che in realtà nascondevano interessi particolari che non ho immediatamente intercettato. Anche per questo posso garantire che uno dei problemi è il giornalismo sottopagato: in passato, quando ero videomaker, mi è capitato di dover realizzare interi telegiornali da solo per le emittenti private e chiaramente non è possibile, lavorando su 5 o 6 servizi alla volta, essere lucidi e attenti a tutto”.

Quale è il futuro del giornalismo se le cose dovessero continuare così?

“Pier Luca Santoro, di DataMediaHub, qualche tempo fa forniva un dato lampante: 8 giornalisti autonomi (collaboratori o a partita Iva) su 10 dichiarano un reddito inferiore a 10mila euro all’anno. Se questo è ciò che il giornalismo garantisce, mi auguro solo che l’adattabilità dell’essere umano abbia ancora la meglio e che quindi la comunicazione intesa così come oggi cambi proprio pelle. In tempi non sospetti, durante un dibattito promosso dall’Ordine dei Giornalisti della Campania a via Alabardieri, spiegai che era irreale continuare a dialogare nelle stanze istituzionali di articolo 1 e rassegne stampa rubate quando la stragrande maggioranza degli iscritti all’albo professionale doveva ‘arrabbattare’ la qualunque per garantirsi un’entrata mensile degna di essere definita stipendio. Che bisognava rivedere la situazione dei giornalisti – comunicatori, dei giornalisti – addetti stampa, dei giornalisti – social media manager, dei pubblicisti, iniziare a introdurre e istituzionalizzare concetti come il brand journalism e uscire da logiche che sono rimaste solo sulla carta ma che nella realtà dei fatti sono sorpassate. Beh, non mi hanno invitato ad altri dibattiti”.

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Biografia Redazione

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