giovedì , 22 Agosto 2019

CONCORSO “UN’OPERA PER IL CASTELLO”- PREMIATO IL PROGETTO “MONO NO AWARE” DI MARCO ROSSETTI E CESARE PATANE’ AL CASTEL SANT’ELMO.

La giuria della settima edizione del Concorso Un’Opera per il Castello”, presso Castel Sant’Elmo, a Napoli, il cui tema era NATURA QUOTIDIANA. AMBIENTE E SOCIALITA’,  ha premiato il progetto di Marco Rossetti e Cesare Patanè, dal titolo “Mono No Aware”  che: “ha posto l’accento sullo scorrere del tempo come condizione inevitabile della natura delle cose, in grado di dotare l’architettura del castello di poetica bellezza. Il riferimento che nel titolo viene fatto al concetto giapponese di partecipazione emotiva alla complessa armonia della natura rivela l’originalità e la sensibilità con cui è stato interpretato il tema della VII edizione del concorso. Nell’azione erosiva del passaggio del tempo sul tufo, gli artisti innestano una riflessione sul recupero delle preesistenze attraverso un intervento minimale, che cattura gli elementi naturali e architettonici fondendoli in un’esperienza capace di riportare l’opera alla perenne contemporaneità, attraverso le superfici specchianti in cui si riflette l’uomo di oggi. La mutevolezza dell’immagine riflessa apre inoltre il monumento su cui si snoda a infinite e sempre nuove letture, ricercando la sensibilità collettiva di ogni tempo.”

E’ un intervento “site specific” che si ispira alla tecnica giapponese del “kintsugi”, (l’arte di abbracciare il danno), che introduce la soluzione di riparare con l’oro e con l’argento le parti mancanti della struttura, innescando una nuova geografia delle forme, che esaltano la casualità e l’imperfezione come prova di resilienza. Mostrare le ferite riparate diventa una specie di arte terapia, la manifestazione di aver superato le difficoltà e le tragedie, e l’imperfezione estetica rafforza la ricerca di perfezione interiore. E’un invito filosofico ad infondere coraggio, poichè è “l’arte segreta di riparare la vita”.

Le tessere metalliche riflettenti inserite da Cesare Patanè e Marco Rossetti in vari punti del castello affiorano senza un ordine prestabilito. L’opera così frammentata esorta il visitatore alla ricerca degli altri elementi. Nella loro totalità sembrano delimitare uno spazio con forme organiche e dinamiche.

Le fusioni in ottone cromato sembrano fluire come le radici di un albero sotto l’epidermide tufacea della fortezza ed emergono dal suolo simili a una nuova clorofilla. Il titolo , “Mono No Aware”, (cose) e (compassione, tristezza, meraviglia), rimanda a un concetto estetico giapponese, la compartecipazione emotiva dell’uomo di fronte all’incessante procedere della natura. Il sentimento è di difficile definizione per la caratteristica composita di rapimento e di nostalgia generato dallo scorrere inarrestabile del tempo. Forse è più semplice spiegarlo con le parole della dama di corte Murasaki Shikibu, vissuta nell’ XI secolo, che racconta l’atmosfera malinconica della vita della nobiltà giapponese in epoca feudale.

Dalla natura col suo mutamento e dallo scorrere degli avvenimenti possiamo abbandonarci ad essa e ricavarne un grande insegnamento, utile all’incapacità umana di adattarsi e  di accogliere eventi fragili, il cambiamento,il distacco, la fine. Quasi un invito ad apprezzare e godere dell’unicità del presente. La consapevolezza della condizione fondamentale di esistenza non è, quindi, motivo di disperazione, ma un invito al presente e alla graditudine per il tempo che ci viene concesso. Le due parole si sono unite per diffondersi sia nella produzione letteraria, da cui nascono capolavori classici della letteratura giapponese, sia negli ambienti raffinati della cultura aristocratica del periodo Heian, tra l’VIII e il XII secolo.

Individuando un elemento dell’installazione si può notare ciò che viene riflesso dalla superficie cromata, deformato dalla sagoma  e dall’immaginazione. Il visitatore, non più spettatore passivo, ma osservatore attivo, come in un gioco, scopre a poco a poco lo spazio che lo circonda, testa con gli occhi il cambiamento, contempla il luogo, si pone delle domande. Sono i particolari che compongono l’opera a parlare e ad alimentare la curiosità di chi cerca continuamente qualcosa con lo sguardo. Individuando un elemento dell’installazione si può notare ciò che viene riflesso dalla sua superficie cromata. Il riflesso ottenuto è deformato e lascia uno sconfinato spazio alla nostra immaginazione. Ciò che, apparentemente, sembra congelato nel tempo e immutabile può nascondere, invece, nuovi significati.

 

 

 

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Biografia Luca Del Core

Luca Del Core
Vive e lavora a Napoli. E' laureato in "Cultura e Amministrazione dei Beni Culturali" presso l'Università degli Studi "Federico II" di Napoli. Giornalista freelance, ha scritto per alcune riviste di settore, tra cui "Arskey Magazine" e per alcune delle quali è ancora redattore, "Artslife" e "Art a part of cult(ure)". La predisposizione ai viaggi, lo porta alla ricerca e alla esplorazione delle più importanti istituzioni culturali nazionali ed internazionali, pubbliche e private.

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