Ci sono artisti che raccontano storie con i colori, altri che lo fanno con le parole. E poi ci sono quelli che riescono a cucire insieme il legno, la memoria e la luce, per creare varchi in cui lo sguardo si perde e il cuore si ritrova.
Enrico De Santis è uno di questi.
Romano, classe 1970, fotoreporter di fama internazionale, è un artigiano della bellezza che ha scelto di trasformare il suo obiettivo fotografico in una bussola per l’anima. Le sue Esocalie non sono semplici opere d’arte: sono frammenti di istanti in cui perdersi, aperture che squarciano il muro del quotidiano e ci ricordano che la bellezza, quella autentica, è sempre un po’ nascosta e sempre degna di essere portata alla luce.
Ma che cosa sono le Esocalie? Il termine stesso è una piccola poesia: unisce il prefisso greco éxō, «fuori», all’aggettivo kalòs, «bello». Quindi il significato di queste opere è letteralmente far emergere il bello, portarlo da fuori a dentro, dalle pieghe del mondo fino agli spazi più intimi delle nostre case e, forse, dei nostri pensieri.
Parliamo di lavori unici e irripetibili, perché nascono dall’incontro tra un fotogramma carico di significato e un frammento di realtà materiale: una vecchia porta, una finestra logorata dal tempo, un pezzo di barca che ha solcato mari lontani. Questi pezzi di passato recuperati e rigenerati non incorniciano semplicemente l’immagine: la completano, la amplificano, la raccontano.
Guardare le creazioni di Enrico De Santis significa attraversare una soglia. Non ci sono confini, solo collegamenti: fra passato e presente, fra natura e artificio, fra denuncia e poesia. Perché la denuncia sociale e ambientale è una nota che risuona forte e chiara.
Sono “finestre aperte sul mondo”, che ci obbligano a vedere ciò che spesso fingiamo di non notare: l’urgenza di preservare la natura, la diseguaglianza sociale, le ferite che l’uomo infligge al pianeta. Così, opere come Ipostasi gridano contro l’inquinamento, mentre Nexus racconta, senza bisogno di parole, lo squilibrio insopportabile tra ricchezza e povertà.
La forza non sta solo nel messaggio, ma nel dialogo sottile tra materia e immagine, nel modo in cui la ruvidezza del legno consumato si sposa con la delicatezza di uno scatto, nel respiro che si crea tra ciò che è stato e ciò che è. Opere uniche e autentiche scolpita nella materia, una storia che racconta un frammento di emozione.
Enrico De Santis, che nella vita ha raccontato con i suoi reportage gli eroi che sfidano le mafie, le ferite ecologiche del nostro tempo, i volti e le storie di chi lotta per un futuro migliore, in queste opere ha trovato la sua sintesi più intima e potente.
E’ la sua dichiarazione d’amore per un pianeta che ha bisogno di essere visto, capito e rispettato.
Oggi le Esocalie viaggiano tra mostre prestigiose e collezioni private, dalla Biennale di Genova alla Triennale di Milano, conquistando occhi e cuori in tutta Europa. Ma il loro segreto resta semplice e profondo: sono porte sempre aperte che nutrono l’anima. E forse, in un mondo che costruisce muri e confini, questa è l’arte più rivoluzionaria che ci sia.
Raccontaci come è nata l’idea delle Esocalie?
È nata per forza direi… un’idea che si è imposta faticando. Dopo aver camminato 5 km in una spiaggia selvaggia della costa pugliese, lasciai cadere conchiglie e palloni che avevo trovato, e sollevai l’anta di una porta che era davanti a me. Non era grande ma molto spessa e pesante, con due grandi cerniere di ferro. Di sicuro apparteneva ad una cella frigo di qualche vecchio peschereccio. Fui costretto a trascinarla in acqua per tornare al punto di partenza, e nel frattempo immaginai come usarla. Ho creato dei battenti sul retro del telaio e ho incastonato dentro due foto scattate nella costa est di Zanzibar… tre donne e due bambine con vesti colorate, che raccolgono molluschi in un mare di strisce azzurre. Così è nata la prima Esocalia, Donne di Mare, mi piaceva moltissimo e l’ho appesa davanti al mio tavolo di lavoro.
Quanto tempo impieghi per creare un’Esocalia?
La durata è molto diversa a seconda dell’opera. La ricerca degli elementi di legno, che siano trovati a mare, in una discarica o in ruderi abbandonati, ha tempi difficilmente quantificabili. A volte sono fortunato e trovo 3 o 4 pezzi insieme. Poi c’è la fase di restauro e modifica che ha storie e tempi diversi a seconda dello stato del pezzo. Alcuni hanno bisogno di ricostruzioni importanti, tutti richiedono un lungo lavoro di levigatura con carte di grane diverse e molte mani d’impregnate. Ne produco io uno naturale a base di aloe e olio di lino. Poi c’è l’immagine da lavorare. La foto deve essere ritagliata e spesso interpolata, prima di essere stampata in Fine Art su carte cotone o baritate. Attualmente lavorando in serie, da 3 a 6 pezzi ho raggiunto un buon ritmo, in un anno ne produco almeno una decina. Ma sto lavorando per liberarmi da altri impegni così da dedicarmi a tempo pieno alle Esocalie.

Fra i tuoi tanti lavori artistici quale riesce più a rappresentarti?
Produco reportage su temi sociali per la rivista di fotografia in B&N Città, e ne ho realizzati molti per il settimanale Sette, tra i quali la guerra in Karabakh o i protagonisti della lotta contro la ‘Ndrangheta in Calabria. Ma la tutela ambientale è il tema per il quale ho realizzando più reportage, come quelli sui pozzi petroliferi della Texaco in Amazzonia, o sulle specie in estinzione alle Galapagos, sugli allevamenti di corallo alle Seychelles, o sul sostegno per l’antibracconaggio in Africa. Le Esocalie da questo punto di vista sono le opere artistiche che mi rappresentano di più, sia per i contenuti delle immagini che per gli elementi di legno recuperati. Riciclo soprattutto finestre, porte e scale, tutti simboli forti di passaggio e di collegamento tra ambienti e dimensioni diverse, tra interno ed esterno. In oltre questi elementi materici rendono le mie opere uniche, superando la riproducibilità insita nella Fotografia.

Oggi che tutto è digitale e veloce, cosa consigli a chi vorrebbe iniziare un percorso artistico come il tuo?
Sarei un cattivo consigliere visto che realizzo con lentezza le mie opere. E ancora peggio visto che in tempi in cui dilagano immagini prodotte con AI, io mi ostino a fare Fotografie. Cioè immagini che prevedono per loro natura il prelievo ottico dal mondo reale. Ma un suggerimento mi sento di darlo. È vero che è pieno di scuole, tutorial on line, corsi o accademie… ma sono poche quelle davvero in grado di fornire gli strumenti e la cultura necessari per consentire ad un talento di esprimersi. Quindi consiglio di investire tempo e risorse nella scelta di una formazione seria, oppure meglio fare da soli. D’altra parte tutte le scuole rischiano di omologare e sopprimere ciò che deve essere lasciato libero. Per questo anche se si frequenta una accademia d’arte, consiglio di cercare e ricercare e studiare per fatti propri. Per essere liberi, per quanto possibile, di essere se stessi.
Sei un fotoreporter conosciuto, quale scatto o scatti porti nel cuore?
Di sicuro le foto di Don’t Forget Nepal, la mostra fotografica più vista a Milano durante l’Expo, mi hanno dato grande soddisfazione e notorietà. Tra le Esocalie, La Rosa nel Vento ha vinto il premio della giuria alla biennale di Genova del 2023 e nello stesso anno ha ottenuto la quotazione più alta all’asta di foto d’autore, organizzata dal Caf e da Sotheby’s, nella triennale di Milano. Ma quelle che porto nel cuore, non le ho fatte io. Sono le foto di Hector portato in braccio a Soweto o di Kim Phúc che scappa nuda in Vietnam. Foto che hanno cambiato la storia come non è più accaduto da allora.

Dove possono trovare le tue opere?
Le Esocalie sono in esposizione permanente a Palazzo Stella di Genova e alla galleria Artesumiti a Venezia. Si possono trovare sul web e sul mio profilo instagram @edslight. Ho esposto anche a Milano, Torino, Vienna e a Luglio alcune opere saranno a New York. Ma sto cercando gallerie anche a Roma e Napoli, le mie città!


