ietro l’autore – Non la solita intervista promozionale, ma un atto di sincerità letteraria. Su Senzalinea abbiamo chiesto agli autori di fare un passo indietro rispetto alla trama e un passo avanti verso lo specchio. Niente domande preconfezionate: a scrivere, stavolta, è direttamente chi il libro lo ha pensato, sofferto e vissuto. In questo appuntamento vi portiamo dietro le quinte del romanzo «Senza Margini» di Antonio Di Lallo: un viaggio che parte dalle pagine per arrivare dritto alla vita di chi le ha scritte.
La parola passa all’autore.
Ci sono libri che si cominciano a scrivere a una scrivania, magari sapendo già più o meno dove si vuole andare. E poi ce ne sono altri che ti vengono a cercare nei posti meno opportuni.
Senza Margini venne a cercarmi nel 1998, su un Intercity Roma-Bologna che portava più di tre ore di ritardo.
Avevo una Moleskine, una penna e parecchio tempo da perdere. Cominciai a scrivere a mano. Non potevo sapere che quelle pagine mi sarebbero rimaste appresso per quasi trent’anni, passando dalla carta a OpenOffice, poi StarOffice e compagnia, fino a Word su Mac. E soprattutto non potevo sapere che quel ragazzo che stavo mettendo sulla pagina avrebbe avuto la pazienza di aspettarmi fino al 2025.
Quel ragazzo si chiama Carlo.
Ha diciotto anni, ha appena finito il liceo e possiede una qualità che a volte è anche una condanna: osserva. Osserva moltissimo. Dalla finestra guarda le persone attraversare la piazza e le trasforma in storie. Guarda gli amici, gli ex compagni, i genitori, il mondo che cambia. E giudica. Giudica parecchio, con quell’arroganza meravigliosa e insopportabile che si può avere a diciott’anni, quando pensi che essere diverso significhi anche aver capito qualcosa che gli altri non hanno capito.
Carlo ha anche un disturbo dell’attenzione.
E qui diventa difficile continuare a parlare di lui senza parlare di me.
Nei ringraziamenti del libro l’ho scritto senza troppi giri: Carlo è per il settanta per cento quello che sono io e per il restante trenta per cento Michele Bettini, scrittore di fantascienza surreale, uomo coltissimo e completamente pazzo nel modo in cui possono esserlo certe persone che, una volta incontrate, non riesci più a dimenticare.
Per questo Senza Margini non nasce dal desiderio di raccontare “un ragazzo con un disturbo”. Non mi interessava fare quello. Mi interessava raccontare cosa significa sentirsi fuori posto. E cosa succede quando, a forza di difendere la propria diversità, si finisce per costruirci intorno una fortezza.
Carlo è brillante, saccente, ironico e qualche volta brutalmente antipatico. Può essere tenero e insopportabile a distanza di due pagine. Rifiuta la modernità, la reperibilità continua, gli schermi, gli smartphone. Si tiene stretto perfino un vecchio Nokia come se fosse una piccola dichiarazione di guerra al proprio tempo.
Ma sarebbe troppo facile dire che il problema di Carlo è il mondo.
Il problema è che il mondo, prima o poi, bussa alla porta.
Lo fa attraverso Mario, Lorenzo, Susanna, Adriano, Augusto. Attraverso suo padre e sua madre. Attraverso la morte. E soprattutto attraverso Angela. Ognuno di loro gli rompe un pezzetto di quella certezza con cui se ne sta alla finestra a osservare gli altri.
Perché osservare è facile. Vivere è un altro paio di maniche.
A forza di tornare su questo libro mi sono accorto che proprio la finestra era diventata una delle immagini più importanti della storia, senza che io l’avessi deciso a tavolino. Da una finestra puoi vedere tutto restando al sicuro. Puoi inventarti la vita degli altri, giudicarli, convincerti perfino di conoscerli. Solo che non li stai incontrando davvero.
Forse Senza Margini parla soprattutto di questo: della distanza che mettiamo tra noi e gli altri per proteggerci e del momento, abbastanza terribile, in cui scopriamo che la stessa distanza che ci protegge ci rende soli.
Non ho mai voluto rendere Carlo simpatico a tutti i costi. E neppure santificarlo perché è “diverso”. Anzi, a volte sbaglia di brutto. Volevo lasciargli il diritto di essere contraddittorio, arrogante, divertente, fragile, ingiusto. In una parola: umano.
Probabilmente è anche ciò che ho capito io durante il viaggio lunghissimo di questo piccolo libro.
A diciott’anni essere diversi può sembrare un’identità. Poi cresci e scopri una cosa molto meno romantica: siamo tutti più simili di quanto ci piaccia ammettere. Abbiamo bisogno degli altri, abbiamo paura di perderli, vogliamo essere capiti e qualche volta riusciamo a ferire proprio le persone dalle quali vorremmo essere raggiunti.
Il manoscritto iniziato su quel treno nel 1998 l’ho concluso il 21 aprile 2025. Ventisette anni per un libro così breve sono una cosa abbastanza ridicola, se ci penso.
Oppure era semplicemente il tempo che serviva.
Perché il ragazzo che aveva cominciato a scrivere Carlo probabilmente non poteva ancora capirlo fino in fondo. L’uomo che ha terminato la sua storia, invece, poteva finalmente guardarlo dalla parte opposta della finestra.
Nei ringraziamenti ho scritto che, se qualcuno fosse arrivato alla fine sentendosi un po’ meno solo, avrei ottenuto quello che volevo.
Lo penso ancora.
E forse, almeno per me, è una ragione più che sufficiente per continuare a scrivere.

BIO BREVE
Antonio Di Lallo nasce a Napoli nel 1976 e vive a Velletri. Scrive da quando ha capito che inventare storie era un modo piuttosto efficace per sopportare la realtà, e da allora non ha più smesso. Ha attraversato horror, fantastico, noir, fantascienza e narrativa psicologica, cambiando spesso genere ma tornando quasi sempre alle stesse ossessioni: identità, memoria, marginalità, paura e tutto quello che nelle persone non si vede al primo sguardo. Tra le sue pubblicazioni figurano Erzdämon ed Effetto Crepuscolo con Ali Ribelli Edizioni, oltre a diversi lavori indipendenti. Senza Margini è probabilmente il suo libro più personale.
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