sabato , 23 Febbraio 2019

L’INCAZZATA TECNOLOGICA ODIA IL BULLISMO

7 febbraio, giornata nazionale contro il bullismo (e il cyberbullismo), indetta nel 2017 dal Ministero dell’Istruzione col titolo “Un Nodo Blu – le scuole unite contro il bullismo”, per cercare di far prendere coscienza su un problema che sta diventando sempre più allarmante, nonostante le innumerevoli campagne messe in atto da volti noti dello spettacolo e dei social network, nonostante gli incontri nelle scuole con gli psicologi, nonostante i film, i libri e le pubblicità progresso, non passa giorno che non se ne senta parlare, che non esca qualche notizia sul giornale. A me tutto questo un po’ spaventa, un po’ tanto, se devo dirla tutta…

Perché al giorno d’oggi il bullo non è più il gradasso che alla ricreazione ti rubava la merenda o i soldi del pranzo o ti aspettava fuori da scuola per deriderti con i suoi gregari perché eri piccolo, portavi gli occhiali, vestivi “povero”, eri troppo grasso o troppo magro oppure troppo gay, ma che una volta chiusa la porta di casa, potevi quasi considerarti al sicuro: certo, c’era sempre il telefono fisso, ma per quello bastava lasciare sollevata la cornetta. Oggi il bullismo, o meglio, la sua versione cyber, ti segue fino dentro casa, non puoi sfuggirgli in nessun modo a meno che tu non distrugga smartphone, computer, tablet e tutto ciò che abbia una connessione con la rete. Troppo spesso si leggono notizie di giovanissimi che tentano il suicidio, o disgraziatamente ci riescono, per aver ricevuto offese, insulti, minacce su Whatsapp o su Facebook o su qualche altra app di dubbia utilità. Bisogna iniziare a combattere il problema insegnando ai ragazzini che le parole possono ferire più delle coltellate e che se la loro compagna si toglie la vita in seguito alle offese, non c’è modo di tornare indietro.

@Don Alemanno

In questa giornata numerosi volti noti dei social, Daniele Doesn’t Matter, Gue Pequeno, Guglielmo Scilla (Willowish), Don Alemanno,per citarne alcuni nostrani, hanno partecipato all’iniziativa #SHARENOTSHAME, fotografandosi con una maglietta bianca e/o raccontando il loro passato di vittime di bullismo, Willowish perché gay, Gue perché affetto da ptosi palpebrale congenita (il suo occhio chiuso) o con una vignetta. La maglietta simboleggia la vita: una pagina bianca, pronta per essere scritta e vissuta appieno, senza che siano gli altri a decidere come.

Loro hanno vinto la battaglia, oggi possono urlare al mondo, e magari riuscire anche a farsi ascoltare, che il bullismo non è giusto, il bullismo è a tutti gli effetti una forma di violenza, delle più subdole, anche se spesso il bullo è esso stesso una vittima, magari di altri bulli o di un padre violento e quindi scarica sul più debole la sua frustrazione di non potersi ribellare a sua volta. È un circolo vizioso.

Eppure siamo ogni giorno circondati da piccoli o grandi “atti di bullismo”, anche se non ce ne rendiamo conto. Il body shaming, per citarne uno, consiste nell’atto di deridere una persona per il suo aspetto fisico, per qualsiasi tratto, grassezza, magrezza, tatuaggi, difetti. Molte persone si sentono in diritto, non si sa per quale misterioso motivo, di poter criticare apertamente una persona: vedono un tratto che solletica la loro stupidità e non possono fare a meno di aprire la bocca o, nel caso social, muovere le dita sulla tastiera. Circa un mese fa Zalando, noto marchio e-commerce di abbigliamento, si è visto costretto a censurare sulla sua pagina Facebook i commenti offensivi che erano piovuti sotto la campagna di Calvin Klein, che aveva deciso di usare modelle curvy per la sua nuova linea di intimo: protetti dallo schermo, vigliacchi fino al midollo, gli insulti erano tutti sul livello di “ciccione”, “fate schifo”, “obese” e altre amenità similari, ma la cosa peggiore è stata che le offese provenivano per lo più da donne, quindi donne che attaccano, criticano e insultano il corpo di altre donne, perché non di loro gradimento o perché semplicemente invidiose o ancora più probabilmente frustrate da una vita vuota e senza interessi. La loro logica: la mia vita fa schifo, invece di cercare di cambiarla, insulto coloro che ne hanno una migliore.

Le modelle insultate

Quindi, oltre a fare campagne di sensibilizzazione su Instagram e nelle scuole e prima ancora di insegnare ai ragazzini a rispettare il prossimo, compagni e insegnanti, dovremmo insegnare a certi adulti di pessimo esempio, che se una cosa non piace, non c’è bisogno di insultare e offendere, basta non guardarla.

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Biografia Maggie Lee

Maggie Lee
Anche se non sembra sono nata a Milano, ma sono di origini siculo-calabresi: da lì derivano i miei colori poco “nordici”. Sono laureata in Psicologia e sto frequentando la magistrale. I miei amici sostengono che ho un sesto senso innato per capire le persone, soprattutto quelle cattive, cosa che talvolta è più una maledizione che un dono. Cerco di interessarmi a po' di tutto, ho una passione per Wikipedia e mi diletto di cucina e fai da te. Sono il tuttofare tecnologico della famiglia, per qualsiasi cosa abbia dei pulsanti o, ultimamente, uno schermo touch. Amo le tecnologie semplici che semplificano la vita. Viaggio parecchio per amore, i mezzi di trasporto tedeschi non hanno più segreti per me, adoro la loro puntualità, ma odio la loro mancanza di elasticità e, naturalmente, la maggior parte del loro cibo.

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