DOPPIETTA PER IL NOBEL ALLA LETTERATURA

Lo scorso autunno, l’Accademia Svedese è stata fortemente scossa da uno scandalo: 18 donne hanno accusato di aggressione e molestie sessuali il regista e fotografo franco-svedese Jean-Claude Arnault,  membro dell’Accademia stessa e marito della giurata e poetessa svedese Katarina Frostenson. Il tutto ha innescato una reazione a catena che ha comportato: la dimissione per protesta di tre membri e della  segretaria permanente dell’Accademia, infine ha abbandonato la sedia anche la Frostenson; a ciò si è aggiunta anche un’indagine per gravi irregolarità finanziarie; infine, secondo indiscrezioni raccolte negli ambienti degli accademici dimissionari, la stampa svedese ipotizza che Arnault avrebbe ‘pilotato’ l’assegnazione del Nobel a due scrittori francesi: a Jean-Marie Gustave Le Clézio nel 2008 e a Patrick Modiano nel 2014. Inseguito a tutti questi incresciosi eventi si è deciso per l’annullamento  dell’assegnazione del Premio alla letteratura.

Quest’anno il conferimento è stato doppio per recuperare il Nobel andato perso: quello del 2018 è andato  alla scrittrice polacca Olga Tokarczuk, mentre il premio per il 2019 all’austriaco Peter Handke. Intanto tornano le polemiche e stavolta riguardano lo scrittore vincitore. La sua vittoria ha scatenato l’ira di Rushdie e delle Madri di Srebrenica che lo accusano di aver appoggiato i crimini di Slobodan Milosevic, Radovan Karadzic e Ratko Mladic e annunciano la richiesta – alla quale si unisce il Kosovo – di ritirargli il premio. Insomma, non c’è mai pace in quel di Stoccolma, chissà cos’altro accadrà fino al 10 dicembre, data della cerimonia di premiazione.

Tornando ad occuparci dei vincitori è bene precisare le motivazioni che li hanno portati sul podio. Olga Tokarczuk “per la sua immaginazione narrativa che con passione enciclopedica rappresenta l’andare al di là dei confini come forma di vita”. Peter Handke “per un lavoro influente che con ingegnosità linguistica ha esplorato la periferia e la specificità dell’esperienza umana”.

 

 

Olga Tobarczuk è una scrittrice polacca: ha pubblicato raccolte di poesie e romanzi. Il premio Nobel per la Letteratura 2018 le è stato assegnato per I vagabondi, ha appreso la notizia della vittoria mentre guidava in Germania dove è in impegnata in un ciclo di conferenze. Attivista politica fortemente in contrasto con i governi nazionalistico-conservatori polacchi degli ultimi anni è una delle figure più in vista della letteratura contemporanea del suo Paese. Stilisticamente più a suo agio con la novella e il racconto, spesso mescolando saggio e finzione, nel 2014 ha pubblicato un importante romanzo sulla storia ebraica ambientato nel XVIII secolo che ha scaldato parecchio gli animi tra gli storici. In una delle sue dichiarazione più recenti ha affermato: “Mi chiedo spesso se è ancora possibile descrivere il mondo, o se siamo già troppo incapaci e disarmati davanti alla sua forma sempre più fluida, al dissolversi di punti fermi e alla scomparsa dei valori”.

I vagabondi

La narratrice che ci accoglie all’inizio di questo romanzo confida che fin da piccola, quando osservava lo scorrere dell’Oder, desiderava una cosa sola: essere una barca su quel fiume, essere eterno movimento. È questo spirito-guida che ci conduce attraverso le esistenze fluide di uomini e donne fuori dell’ordinario, come la sorella di Chopin, che porta il cuore del musicista da Parigi a Varsavia, per seppellirlo a casa; come l’anatomista olandese scopritore del tendine di Achille che usa il proprio corpo come terreno di ricerca; come Soliman, rapito bambino dalla Nigeria e portato alla corte d’Austria come mascotte, e infine, alla morte, impagliato e messo in mostra; e un popolo di nomadi slavi, i bieguni, i vagabondi del titolo, che conducono una vita itinerante, contando sulla gentilezza altrui.
Come tanti affluenti, queste esistenze si raccolgono in una corrente, una prosa che procede secondo un andamento talvolta guizzante, come le rapide, talvolta più lento, come se attraversasse le vaste pianure dell’est, per raccontarci chi siamo stati, chi siamo e forse chi saremo: individui capaci di raccogliere il richiamo al nomadismo che fa parte di noi, ci rende vivi e ci trasforma, perché “il cambiamento è sempre più nobile della stabilità”.

 

 

Peter Handke è uno scrittore austriaco: nella sua carriera ha pubblicato romanzi, saggi e reportage e non è nuovo ai riconoscimenti, nel 2009 gli è stato conferito il premio Franz Kafka e nel 2014 ­l’International Ibsen Award, ha tra l’altro collaborato  come sceneggiatore in varie occasioni con il regista Wim Wenders tra cui spicca Il cielo sopra Berlino. La sua è una letteratura formalmente eterogenea, vagamente sperimentale, spazia dal diario raccolta di frammenti di pensieri al romanzo tout court, ma sempre con un occhio di riguardo per questa esposizione di avvenimenti banali, scontati, esposti spesso con una scrittura scarnaHandke aveva ammesso che l’essere stato inserito nella rosa dei candidati al Nobel non lo aveva lasciato indifferente: “Certo che ti prende, ti infastidisce, e allora ti infastidisci con te stesso perché ci pensi: è una cosa così indegna e al contempo si diventa per un po’ se stessi indegni”.

Saggio sul cercatore di funghi

Un amico d’infanzia, compagno di giochi dei tempi trascorsi in un villaggio della Carinzia al confine con la Slovenia, è l’eroe tragico dell’ultimo Versuch di Peter Handke: un «saggio» inteso come esperimento, ricerca, tentativo. L’amico cercatore di funghi diviene, nella vita adulta, avvocato di grido, impegnato nei tribunali internazionali a difendere i criminali di guerra. La frequentazione del sottobosco però – avviata da bambino per guadagnare qualche soldo al mercato vendendo i finferli trovati battendo i sentieri più discosti dalle rotte dei turisti – si trasforma per lui in una via di fuga dalla civiltà. Solo quando, dopo vari amori esotici e di breve durata, incontra la donna della sua vita, colei che, citando Parsifal, «gli mostra vie segrete», scopre per la prima volta, nel bosco fuori città, un porcino. Questo tesoro riaccende la sua antica passione, che pian piano si trasforma in una vera mania. Il «matto dei funghi» trascura perciò la professione, la famiglia, la moglie adorata, il figlio in arrivo, per dedicarsi a una ricerca che è parallela all’opera dello scrittore, e non si appaga mai della scoperta.

 

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Biografia Cristiana Abbate

Veterinaria pentita e mamma convinta.Si ritiene propositiva e per nulla diplomatica .Grande appassionata di viaggi e divoratrice di libri. Malata di shopping e con il conto in banca fisso sul rosso.

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