mercoledì , 13 Novembre 2019
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FRANCK HOLLIDAY, DAGLI STATI UNITI AL MUSEO “CARLO BILOTTI” DI ROMA.

E’ allestita nel Museo “Carlo Bilotti” di Roma, la mostra Frank Holliday in Rome, a cura di Cesare Biasini Selvaggi, fino al 1 dicembre 2019, in cui sono esposte 36 opere, tutte realizzate nel 2016 durante quello che l’artista statunitense stesso ha definito il suo soggiorno “monastico” romano. Fonte di ispirazione per questa proficua produzione artistica sono stati i capolavori dei maestri della storia dell’arte, primo fra tutti quelli di Caravaggio e in particolare la Cappella Contarelli e il ciclo pittorico su San Matteo. Osservando le opere d’arte in Italia, Holliday ha scoperto che ci sono tre “zone”: “il Paradiso, che di solito è luminoso, arioso e senza peso, qualcosa che non possiamo avere, ma di cui possiamo farci un’idea. Poi c’è la terra e, quindi, l’Inferno, che è la forza di gravità, che cerca sempre di aggrapparsi a noi per tirarci giù. E noi siamo incastrati tra i due”. L’artista ha osservato a lungo come il Bernini abbia affrontato il problema della gravità nelle sue opere, trovandolo geniale e avvertendo nei suoi lavori l’attrazione del peso della terra e la ricerca della spiritualità nella pietra. Nei suoi dipinti del “ciclo romano” ha scandagliato proprio questo spazio intermedio, tra l’Inferno e il Paradiso, quella dimensione di mezzo. La sua grande maestria sta nel dare immagine a qualcosa di assolutamente immateriale, nel dipingere cioè la realtà nella sua irrealtà, cercando l’aldilà in questo mondo e questo mondo nel pensiero dell’aldilà. La bellezza del colore controbilancia la solidità del gesto pittorico, in un susseguirsi di paradossi, dove luci e ombre, cadute e ascese, assenze e presenze diventano inscindibili.

L’artista americano nel corso della sua vita ha espresso una creatività eterogenea che va dal figurativo all’astratto. Egli inizia la sua attività realizzando dipinti neri inquietanti, “minimal”, come la serie “Black Mirror”. Il 1980 è l’anno del suo debutto artistico ufficiale al “Club 57″, fondato nel 1978 dall’imprenditore polacco Stanley Strychacki nel seminterrato di una chiesa polacca presso il 57 di St. Marks Place di New York. E’ uno dei locali divenuti celebri dell’East Village della Grande Mela tra la fine degli anni Settanta e gli inizi del decennio seguente, un incubatore di movimenti rivoluzionari, dal punk al no wave, al queer pop. Una generazione di artisti emersero nella metropoli,  puntando su una comunicazione alternativa. Uno spazio aperto alla sperimentazione di ogni tipo, in cui vanno in scena performance che uniscono poesia, musica, pittura, moda, fotografia, video, le “drag performance”, il gay stripper e i pointy-toed hipsters. Alla SVA (School of Visual Arts) di New York, Holliday frequentò con Keith Haring il corso di semiotica, la scienza che ha per oggetto lo studio comparato dei segni, della struttura e del funzionamento di tutti i processi in cui le tracce sono coinvolti, un ambito a quel tempo indagato da un’ampia schiera di artisti sotto l’influsso del poeta beat  Burroughs.

I due compagni di corso esposero nel 1980 al “Club 57” nella doppia personale “New Paintings by Keith Haring and Frank Holliday”. Quest’ultimo, tra gli altri, mostrò in quella occasione il polittico “TVC15″ (1979) ispirato all’omonima canzone di David Bowie (“TVC 15” del 1976) e alla qualità allucinatoria di una trasmissione televisiva analogica. Accanto al polittico furono esposte altre sue opere della serie “Black Mirror”. I dipinti rappresentavano una premonizione dell’AIDS e della sua lunga ombra, e rievocavano i valori materiali della pittura, ridefinendo il disegno come parte del processo pittorico, dimostrando di guardare già oltre il Postmodernismo per riacquistare la pienezza della pittura intesa quale arte principale: il recupero dell’espressione tattile e della sensualità della sostanza pittorica, così come la fusione ottica di colore e luce (buio) e, soprattutto, la dimensione metaforica. Il senso, cioè, della morte nella vita e della vita nella morte. D’altronde, Holliday, come il suo sodale amico Haring, ha guardato all’arte, compresa quella del passato, per avviare un processo di continua rigenerazione. Convinto che la fine di ogni ciclo contenga il germe di un nuovo inizio.

Nella seconda fase va oltre il Postmodernismo per abbracciare l’antinaturalismo. Nel suo modo di relazionarsi con la storia dell’arte (Tiziano, Tiepolo, Manet, Caravaggio, Van Gogh, Rembrandt, James Ensor, Chaim Soutine, Oskar Kokoschka, ecc.) non ha mai inteso di reinventare i grandi maestri del passato, né di mescolare gli stili delle avanguardie storiche in un pastiche di nuove formulazioni figurative all’insegna di un “eterno ritorno”, né di caricare l’opera di significati che ne vincolassero la lettura. L’intento, invece, era che i suoi lavori fossero aperti a interpretazioni diverse. Nel 1981-83, affrontò la tematica della sessualità, i cambiamenti di sesso, il mondo gay, il bere, le bombe, la decapitazione, la castrazione, oltre a prendere spunto dai dipinti del passato. Erano un teatro della crudeltà, in cui la qualità del colore era espressionista, l’atteggiamento verso l’intero piano pittorico era formale, e il proprio immaginario pervaso di morte, violenza e negatività. Tutte scene prese dalla sua vita underground. Si consolidò l’innata tendenza all’antinaturalismo, all’astrazione e all’interiorità della pittura postmodernista di Holliday. Probabilmente già dalla seconda metà degli anni Ottanta, egli non cerca più la figurazione in senso stretto, ma qualcosa che rappresentasse o non rappresentasse altro che la propria forma, una poetica della pittura. Un linguaggio che accogliesse argomenti ampi, come la memoria e la presenza, la morte e la vita, la dannazione e la redenzione, la materialità e la trascendenza. L’artista ha affrontato questi temi, in relazione al dilagare dell’AIDS che divorava le persone che l’artista amava, a cui si aggiunge l’atteggiamento pubblico di condanna morale che in quegli anni veniva assunto nei confronti di chi era colpito dal virus HIV. Sebbene, abbia pertanto più volte raffigurato, in un gioco più o meno velato o esplicito di metafore, l’inferno e la morte, la sua arte celebra tuttavia nello stesso tempo pure la vita e la gioia di vivere.

Negli anni Novanta la sua ricerca pittorica è inghiottita da una sorta di horror vacui compositivo che lo induce a riempire l’intera superficie dell’opera in maniera claustrofobica, a non lasciare spazi o pause tra le forme. Il puro astrattismo si affaccia con Nightmare (1999). Questa inclinazione determina il passaggio a un nuovo percorso di ricerca di Holliday, quello attuale, che potremmo definire “astrazione enigmatica”. Egli irretisce l’osservatore in un percorso visionario quanto sinistro, dove l’eliminazione della relazione tra la figura e il piano pittorico figure-ground, è realizzata creando uno spazio dove si incontrano, sfidando la gravità, demoni, fantasmi, verità, dolori e contraddizioni della coscienza del pittore che condensano in sé il disagio e l’inquietudine sia personale, sia della società. In questa folla di personaggi, emerge una profonda solitudine e una ricerca costante di risposte e di certezze che, probabilmente, non sono mai arrivate. Si precipita dal Paradiso all’Inferno in pochi centimetri di tela.

 

Una astrazione enigmatica, ambigua, espressa mediante linee spezzate, piene di movimento, con inserti dei colori primari (il blu, il rosso, il giallo), con qualche variante tonale e con l’inclusione di alcuni secondari che a loro volta possono stabilire un rapporto reciproco di complementarietà, come il verde giustapposto al rosso, dissonante e perciò drammatico. Per Holliday, i termini della pittura sono pertanto abbastanza fluidi, e la totale priorità va assegnata ai fenomeni puramente pittorici. Tuttavia, anche quando in queste sue opere più recenti sembra prevalere la libera invenzione, essa rimane pur sempre determinata da spunti esterni, qua e là riconoscibili, nonostante siano stati trasfigurati dalla memoria. Le figure sono sempre lì, vivono una vita concettuale, compaiono/scompaiono come forme ambigue, “travestite”. Non hanno bisogno di corpi per incarnare significati. Le loro conversazioni sono in corso. L’artista usa le mani e le dita per graffiare il piano pittorico, cercando di raggiungere il lato opposto. Il rituale crea le forme, non è lui a farlo, semplicemente attende che si facciano avanti e che inizino a parlare. Quelle evocate sono le forme della vita, l’energia degli amici morti. Holliday ha trovato il modo di fare pace con il passato e di onorare gli orrori che ha conosciuto nella vita, trasformandoli in una bellezza sinistra.

 

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Biografia Luca Del Core

Luca Del Core
Ha scritto per alcune riviste di settore, tra cui "Arskey Magazine" e per alcune delle quali è ancora redattore, "Artslife" e "Art a part of cult(ure)". L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è. (Paul Klee)

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