Heloisa, Pelè e la Bossa Nova.

Cinquanta anni in cinque! E nonostante le mille contraddizioni politiche, sociali, economiche e culturali di un paese che ancora cerca la sua identità, in Brasile, a cavallo tra gli anni Cinquanta e Sessanta, lo slogan del presidente Juscelino Kubitschek e della sua politica di desenvolviventismo sembrava funzionare, quantomeno all’apparenza.

Lo sviluppo tecnico e industriale doveva essere la base di un progresso generale di tutto il paese, questa era l’idea da comunicare, al punto che tra il 1956 e il 1960, in soli 41 mesi di lavoro, il Brasile progettava, costruiva e inaugurava la sua nuova capitale, Brasilia. A suggellare la grandiosità dell’impresa, era finalmente arrivata, nel 1958, anche l’agognata vittoria del primo mondiale verdeoro, grazie ai calci di un diciassettenne enfant prodige, tale Edson Arantes do Nascimiento, il cui nome probabilmente non vi dirà nulla. Il soprannome di questo giovanotto, però, è scolpito nella mente di tutti noi: Pelè.

Al mio arrivo a Rio de Janeiro, nel giugno del 1962, le cose sono già cambiate e il nuovo governo saltella da posizioni ultraconservatrici (pensate che è appena stato messo al bando il bikini) ad aperture filorivoluzionarie, come l’onorificenza consegnata ad Ernesto Che Guevara, che ha iniettato nel paese il timore di una possibile svolta comunista.

Non ci si può pensare adesso però, almeno non in questi giorni di trepidante attesa che separano il popolo carioca dalla seconda finale mondiale consecutiva. Per le strade, nei locali, sulle spiagge, non si parla di altro: ce la faranno i campioni in carica a bissare il successo di quattro anni fa?

Anche la giovane Heloisa sembra molto presa dalla discussione calcistica qui al Veloso, un locale sul bellissimo litorale di Ipanema. Helo, così la chiamano affettuosamente, si ferma qui tutti i giorni a comprare le sigarette per sua madre. Ad occhio e croce avrà una quindicina di anni, al massimo sedici. Alta, mora dalla pelle dorata, si avvicina al bancone con un’andatura ipnotizzante, quasi danzasse. Tutti la conoscono e ognuno la saluta, ricevendo in cambio un gesto della mano o un cenno del capo. A pochi fortunati arriva anche un sorriso discreto, che le accende una luce negli occhi azzurri, bellissimi quanto velati da una sorta di incancellabile malinconia.

Sono in città da quattro giorni e al calare del tramonto, quando il sole inizia a tingere di una luce arancio i tavolini all’esterno del bar, la scena si ripete sempre uguale: la ragazza chiacchiera, poi compra le sigarette, saluta e se ne va. Per ogni volta che il rituale si ripete, due uomini, uno sulla cinquantina, l’altro più giovane di almeno una dozzina di anni, si scambiano un’occhiata e qualche parola, poi con lo sguardo seguono la ragazza fin quando questa resta visibile dalle sedute. Il momento in cui la giovane gira l’angolo è quello in cui il più anziano dei due, tutte le sere, tira fuori un taccuino e butta giù qualche appunto a matita.

Alle 14 e 30 del 17 giugno 1962, nella splendida cornice dell’Estadio Nacional di Santiago del Cile, va in scena la finale del mondiale di calcio. Di fronte al Brasile campione in carica è schierata la temibile nazionale della Cecoslovacchia. Helo oggi è passata prima del solito, ma i due misteriosi individui non sono mancati all’appuntamento. Del resto, siamo almeno un centinaio al Veloso, ansiosi di seguire la partita.

Nonostante la tensione generale, io che conosco già il risultato non riesco a trattenere la curiosità e inizio timidamente a chiedere informazioni sui due pittoreschi personaggi.

Pochi minuti dopo l’inizio del confronto tra le due nazionali, viene fuori che il più anziano dei due è nientemeno che il diplomatico Vinicius de Moraes che, in verità, più che per la sua attività nelle ambasciate brasiliane tra Europa e Sud America, è famoso come poeta, compositore e drammaturgo.

Quindicesimo minuto: su passaggio di Pospìchal, Josef Masopust porta in vantaggio la Cecoslovacchia. In sala cala un silenzio tombale, qualcuno addirittura piange e perfino o poeta mostra disappunto. Il calcio qui non è uno scherzo, ma una passione viscerale, vissuta con un’intensità sopra le righe. Dodici anni fa, dopo la finale persa in casa contro l’Uruguay, furono registrati 34 suicidi e 56 morti per arresto cardiaco, numeri da bollettino di guerra per quella che qualcuno ebbe a definire “la peggiore catastrofe nella storia del Brasile”.

A quanto scopro, Vinicius si accompagna al suo amico da quando questi ha musicato per lui i testi della pièce teatrale Orfeu da Conceição. Il nome del compagno giovane è quello del grande musicista e arrangiatore Antônio Carlos Jobim, detto Tom.

Al diciassettesimo minuto, scoppia un urlo liberatorio, Amarildo ha riportato il Brasile in parità.

A quelli di de Moraes e Jobim, dopo qualche altra domanda, si accosta subito un terzo nome, quello del chitarrista João Gilberto.

A fine primo tempo mi è chiaro che questo trinomio sta alla storia della musica brasiliana (e mondiale) come alla storia del calcio sta quello composto dai nomi di Didi, Vavà e Pelè.

Sono loro gli inventori, gli autori, nonché i primi interpreti di un genere nuovo, che sta facendo grande il nome Brasile anche in campo musicale. Questa musica è un mix che mette insieme le esperienze e le personalità dei suoi promotori. Jobim, profondo conoscitore della materia musicale, ha recepito in pieno la lezione del jazz nordamericano e ne ha fatta sua la sapiente ed instancabile ricerca di soluzioni armoniche sempre diverse ed interessanti. Vinicius, uomo di mondo, in Europa ha toccato con mano la potenza emotiva che può acquistare un brano che dia il giusto rilievo al testo poetico. Una pronuncia asciutta e priva di vocalizzi è il veicolo adatto a questo scopo e in ciò, gli chansonniers francesi sono grandi maestri. Che dire poi di Gilberto? La batida sincopata della sua chitarra e il suo filo di voce rappresentano la perfetta sintesi di queste esigenze e il trait d’union tra i tradizionali ritmi di samba e le avanguardie del cool jazz americano e della canzone d’autore francese. Ne nasce quella che qui tutti chiamano Bossa Nova.

Sessantanovesimo: Zito porta il Brasile sul 2 a 1 e mentre la gioia esplode in maniera quasi selvaggia, perdo di vista o Poeta e o Maestro. Peccato, avrei voluto chiedere che interesse potesse aver suscitato in loro la ragazzina delle sigarette.

Settantanovesimo: Vavà manda definitivamente in delirio una intera nazione. Il Brasile è campione del mondo.

Un fiume in piena si riversa chiassoso e festante per le strade di Rio. É un’esperienza scioccante, al limite del rito dionisiaco e della trance collettiva. Nel trambusto indescrivibile però, la fortuna vuole che l’occhio mi cada su un manifesto: Vinicius de Moraes, João Gilberto e Tom Jobim saranno insieme, dal vivo, in un ristorante di Copacabana, ad agosto. Non me li perderò per nulla al mondo.

Tom, e se tu scrivessi una canzone che ci possa direraccontare che cos’è l’amore?”

Vedi Joãozinho, non saprei fare poesia senza Vinicius…”

Perché si possa realizzare questa canzone, magari ci fosse João a cantarla.”

Ah, ma chi sono io? Io non sono bravo come voi. Ma se la cantassimo tutti e tre…”

Dopo questo siparietto partono le note di Garota de Ipanema, probabilmente il pezzo più famoso di bossa nova che sia mai stato scritto. Dopo i primi versi, immediatamente mi torna alla mente l’immagine di Heloisa, stanno descrivendo proprio lei!

Prima di ripartire per il futuro, voglio assistere all’ultimo tramonto brasiliano. Seduto di fronte al mare, con gli occhi socchiusi e il viso teso verso le carezze della brezza, per un attimo mi sento parte della luce che sta colorando di oro tutto il paesaggio.

Un sole che si tuffa nel mare, un gol di Pelè, il sogno di un riscatto politico e sociale. Tutto passa, tutto finisce. Un giorno anche il volto di Heloisa sfiorirà, perchè la bellezza non è nostra, ma un dono che ci viene concesso. Questo i brasiliani lo hanno capito bene. Ma sanno anche che bisogna godere dei momenti belli, per quanto brevi possano essere. Goderne e festeggiare, perchè solo chi ha la consapevolezza della fugacità delle cose, può riuscire a celebrarne la grandezza, con una grata malinconia. Così hanno fatto Vinicius e Jobim, dipingendo il ritratto eterno di Heloisa.

Ed è proprio con questo sentimento, una grata malinconia, che lascio il Brasile.

Che sia questa la Saudade?

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Biografia Stefano Di Meglio

Stefano Di Meglio
Nato a Ischia nel 1982, dall’età di diciotto anni risiede a Napoli, dove svolge da allora l’attività di musicista. Ha studiato Filosofia ed è diplomato in Basso Elettrico Pop al Conservatorio di Frosinone Collabora con svariate formazioni e nomi del panorama musicale campano. E’ bassista resident presso lo studio di registrazione “la Casetta” di Torre del Greco. Insegna inoltre Basso elettrico, Teoria, Armonia e Musica d’Insieme presso diverse accademie musicali tra Napoli e la Penisola sorrentina.

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