venerdì , 23 Agosto 2019

Il gusto nuovo del Rock Progressivo.

Una lingua, un deretano e l’invito ad “assaporare il gusto”. Non male come presentazione. Io e i miei amici, riuniti in salotto e pronti a posare il disco sul piatto di un bellissimo impianto hifi, siamo già colpiti dalla copertina, aperta la quale scopriamo che quello che tutti avevamo preso per un sedere, altro non è che una pesca. Scopriamo anche una nota: “Il nostro obiettivo consiste nell’espandere le frontiere della pop music, a costo di renderla molto impopolare. Abbiamo registrato ogni composizione con l’idea che debba essere unica, avventurosa e affascinante. Per fare questo abbiamo impiegato ogni briciolo della nostra conoscenza musicale e tecnica, abbandonando da subito tutti i pensieri riguardo un palese intento commerciale. Invece, ci auguriamo di offrirvi qualcosa di più sostanzioso e gratificante. Tutto quello che dovete fare è sedervi e assaporarlo.”

Wow amici, questa più che la copertina di un album sembra il manifesto della nuova corrente del rock ormai già nota come progressive da un paio di anni qua in Inghilterra. Il disco è, appunto, Acquiring the Taste, la band in questione i Gentle Giant. Fa caldo, è il 16 luglio 1971 e l’ascolto è scioccante, per complessità dei testi, particolarità dei ritmi, audacia tecnica e formazione, che oltre agli strumenti classici del rock include organi, mellotron, vibrafoni, violoncello, xilofono, percussioni violino e chi più ne ha più ne metta.

Queste sono le novità caratteristiche di questo genere che sta cambiando il volto del rock inglese. La scena britannica è zeppa di nuove formazioni, i nomi che sento sono tantissimi: Genesis, Moody Blues, Yes, Emerson Lake&Palmer, Jethro Tull, Queen.

Certo, anche l’ultima volta che sono passato di qua con la Macchina del Tempo c’era fermento, ma a cavallo tra i ’60 e i ’70 è successo qualcosa. Il rapporto con la musica è cambiato.

Mentre passeggio nella Central London la mia attenzione viene catturata da un gruppo di ragazzi che si sta intrattenendo all’esterno di un antico edificio. Uno di loro sta mostrando con soddisfazione ai suoi amici il suo nuovo acquisto, un grosso paio di cuffie stereofoniche: “Ragazzi, qua dentro i King Crimson suonano una bomba!”. Mi presento e scopro che sono tutti studenti (in piena sessione estiva) della prestigiosa Royal Accademy of Music, il Conservatorio di Londra.

Musica colta, si. Ma fuori dalle austere mura del Conservatorio Reale è ancora il rock a farla da padrone. E sta cambiando pelle, fagocitando tutto ciò che può, dal folk al jazz, dalle suggestioni indiane lanciate dai Beatles fino alla musica classica.

Le nuova generazione (ragazzi che non hanno esperienza diretta della guerra), sulla base delle fondamenta gettate dai pionieri dell’epoca beat, sta sfornando giovani virtuosi, strumentisti molto più esperti di coloro che li hanno preceduti.

Il contesto sociale in cui si sta sviluppando il progressive rock è molto diverso da quello in cui attecchì il rock delle origini. È un contesto più agiato dove i gruppi si formano, se non nei conservatori, nelle università.

Da una parte dunque gli ascoltatori si concedono i piaceri inediti concessi dalle nuove tecnologie – tutti ormai posseggono un buon impianto di riproduzione audio casalingo con conseguente affinamento dei palati – dall’altra chi produce musica giova finalmente di una formazione più ricca e completa.

In più c’è l’eredità dell’esperienza ancora fresca del rock psichedelico. La ricerca del bello è diventata totale e investe tutti i campi della produzione musicale, da quella che ormai è stabilmente chiamata composizione alla realizzazione tecnica degli album (la registrazione multitraccia è passata in breve tempo da 4 a 8 e arriverà presto a 16 piste. Si stanno inventando futuristiche tecniche di generazione di effetti sonori: double tracking, flanging, phasing. Di più, il sound del rock sta cambiando anche grazie all’innesto di nuovi strumenti la cui diffusione sta crescendo, come i sintetizzatori progettati da Robert Moog), fino al packaging. É il periodo in cui la smania per l’artwork relativo alla realizzazione delle copertine dei dischi tocca le sue vette più alte. Il tutto così confezionato inizia a chiamarsi sempre più spesso Opera.

Sono stati i colpi di coda degli anni ’60, dunque, a dare origine al fenomeno del rock progressivo. Un progresso musicale e insieme socio-culturale che come risultato cambia volto al rock, spostandone il baricentro un po’ più in là rispetto alla tradizionale radice blues. Con questo nuovo pubblico, questi nuovi interpreti e col suo nuovo look, il rock fa così il suo ingresso nei ’70, aprendo la stagione magnifica delle superband e dei concept album!

Saluto i miei amici musicisti inglesi, per la loro musica colta e complessa quello tra ’67 e ’77 sarà un decennio magico, almeno fino a quando nuove tensioni sociali e nuove tendenze culturali non prenderanno il sopravvento, dando origine al Punk.

Ma questa è un’altra storia, per ora mi godo tutto ciò che posso, a partire dai Procol Harum di A Whiter Shade of Pale, fino ai Queen di Bohemian Rhapsody.

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Biografia Stefano Di Meglio

Stefano Di Meglio
Nato a Ischia nel 1982, si trasferisce all’età di diciotto anni a Napoli, dove svolge da allora l’attività di musicista. Ha studiato Filosofia ed è diplomato in Basso Elettrico Pop al Conservatorio di Frosinone Collabora con svariate formazioni e nomi del panorama musicale campano. Dal 2008 è il bassista dei “Queen of Bulsara”, affermata tribute band che porta in scena (con all’attivo più di 1200 live in Italia e all’estero) uno spettacolo dedicato alla storia dei Queen. E’ bassista presso lo studio di registrazione “la Casetta” di Torre del Greco. Insegna inoltre Basso elettrico, Teoria e Armonia e Musica d’Insieme presso i laboratori musicali del Teatro delle Rose a Piano di Sorrento.

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