domenica , 25 Agosto 2019

Il rovescio dell’eroe: Unholy Grail di Bunn e Colan

Paladino della cristianità, re dei cavalieri, annoverato dalla tradizione letteraria tra i “nove uomini più grandi della storia”, l’evanescente figura di Re Artù ha ispirato innumerevoli racconti, tracimando dalla prosaica realtà storica alla leggenda immortale. Potenza della letteratura, potere umanissimo di trasformare ombre in draghi, uomini in eroi, ed eroi in divinità. In fondo non si può dare torto ad Alan Moore quando dice, nel magnifico finale del Black Dossier (La lega degli straordinari Gentlemen) che gli eroi dei racconti sono per certi versi più reali dei loro lettori. Ma d’altronde quando mai il bardo ha avuto torto? L’ esistenza del mito, in confronto a quella della carne e delle ossa è incommensurabilmente più lunga. Gli eroi delle leggende e dei racconti influiscono sulle nostre vite molto più di quanto facciamo noi su di loro. Essi plasmano le nostre vite e l’immagine del mondo in cui ci muoviamo. Se misuriamo la realtà di una cosa con la sua persistenza e la sua capacità di agire sull’ordine del mondo dunque, la così detta “materia di britannica” rimane da secoli una sostanza densissima e concreta.

Per questo forse, l’incerta e in fondo marginale verità storica sul re di Camelot e la sua corte non ne ha mai intaccato la leggenda. Cosa importa che i cavalieri della tavola rotonda fossero un pugno di soldati morti secoli fa in qualche guerra locale durante il crepuscolo dell’Impero Romano? Che Artù fosse un più o meno umile capobanda armato, o l’ultimo legionario rimasto in Britannia? Le loro gesta fanno ormai parte di una delle versioni più belle dell’eterno mito dell’eroe, come lo chiamava Joseph Campbell. Anzi l’incertezza non può che arricchire le belle storie, invitando nuovi costantemente nuovi autori a rinarrale e “svelarne” retroscena inediti.

Non è un caso, d’altronde, che nell’introduzione ad Unholy Grail, lo sceneggiatore Cullen Bunn citi i primi versi del Necronomicon: “Non è morto ciò che può attendere in eterno”. Coadiuvato alle matite da Mirko Colan, Bunn riprende per l’ennesima volta la materia britannica, piegandola ad una visione inusuale, per non dire alternativa. E la prospettiva adottata da Bunn è tutta in quella citazione. A far rivivere in questa incarnazione il re della Britannia sarà una forza demoniaca, che imprimerà all’intera epopea uno sfondo macabro, e un triste e oscuro finalismo: Merlino, sedicente “figlio del Diavolo”, viene ucciso da un vero demone, che indossando il suo volto agisce al suo posto. Il demone prenderà tutte le decisioni che la leggenda ufficiale narra, facendo progredire il racconto nella direzione che tutti conosciamo.

Non dovrebbe dunque esserci pericolo spoiler. Ma per quelli che sono appena usciti dalle nebbie di Avalon, e comunque in ossequio ad una formula ormai tradizionale lancio l’:

ALLERTA SPOILER

Dicevamo, nonostante l’incipit molto “alternativo” la vicenda prosegue ripercorrendo in linea di massima i punti cardinali della tradizione. La sostituzione di Merlino assume quindi il sapore di un retroscena, di una rivelazione, che non cambia gli eventi noti, ma li ammanta di una strana ombra, tra l’epos e l’orrore. Quasi a sottolineare questo aspetto Bunn ha cura di sottolineare tutti gli elementi “classici” del ciclo  paragrafando i capitoli: “Il cavaliere errante”, “il mago”, il castello, “Excalibur”, e così via. Tutte le tappe fondamentali sono indicate, come a voler favorire un raffronto fra la versione “ufficiale” della storia, e quella oscura fornita da Unholy Grail, che implicitamente si propone così come una versione autentica. Il disvelamento macabro dietro la rassicurante menzogna. Espediente narrativo per altro non nuovo al ciclo bretone: basti pensare alla serie di romanzi “storici” di Jack White, “Cronache di Camelot” che propongono un uso di criteri storicistici per una rinarrazione “verosimile” del mito; o il ciclo “Excalibur” di Bernard Cornwell, che unisce magia e folklore storico attraverso la narrazione di un testimone diretto (il soldato Derfel), per spogliare il mito della sua aura sacrale e moraleggiante, senza privarlo del suo fascino esoterico. Anche l’elemento fatalista che struttura Unholy Grail si appoggia sull’epopea tradizionale e i romanzi di Malory. L’intera vicenda è già scritta, e nessuno dei personaggi sembra per un solo istante dotato di libero arbitrio. Solo che qui il fato prende le sembianze di un grosso e sagace demone dalla carnagione rosso sangue. Non a caso la graphic novel inizia con la scena del massacro finale, e l’intero racconto è anzi una lunga serie di flashback che girano attorno a due punti focali e in qualche modo speculari: la caduta e la fondazione di Camelot. Il sorgere glorioso e la triste caduta di Camelot, a causa del confronto tra il re e il suo erede maledetto Mordred, sono già scritti dall’inizio, e d’altro canto si conoscono perfettamente. Ciò che conta è ciò che sta dietro gli eventi noti e mille volte ripetuto. È il dietro le quinte della scena Arturiana ad esserci mostrato dall’invenzione narrativa di Bunn.

Cosa di tanto interessante starà osservando lo re?

Dietro la tragica grandiosità della storia nota, scrittore e disegnatore pongono letteralmente l’osceno: il nascosto,  il taciuto, l’elemento sottratto alla vista che regge l’intera scena. Così del puro progetto arturiano ci viene rivelata l’impossibilità. La pace non è mai stata nel potere di un solo uomo, e nessun uomo è forte e nobile quanto gli eroi del mito.  Solo attingendo a forze abissali e cruente, solo piegandosi a sacrifici di sangue, l’Artù di Bunn ha potuto per un istante creare una sterile illusione, dato che è proprio il figlio di Artù, Mordred, a causarne la rovina.  Ma in fondo la stessa possibilità di quell’illusione non era che il gioco perverso e insensato di una forza demoniaca. La profondità del mito ne risulta rovesciata: le altezze dell’epica cavalleresca si rovesciano negli abissi di un orrore insensato. Persino la famosa profezia di Artù morente, di tornare nel momento del bisogno, cambia di segno assumendo i toni della minaccia: “Non è morto ciò che può attendere in eterno”.

UNHOLY GRAIL

Autori: Cullen Bunn, Mirko Colak

Casa editrice: SaldaPress

Prezzo: pagg. 128, colore, euro 19,90

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Biografia Carmelo Nigro

Carmelo Nigro
Nato sul finire della lontana e oscura epoca umana conosciuta come “anni '80”, è riemerso, più o meno trionfante, dal labirinto universitario durante la seconda decade del terzo millennio, riportando una laurea in giurisprudenza come macabro trofeo. Nerd incallito e irredento, fagocita libri e fumetti di ogni tipo, delirando di improbabili super-poteri da ben prima che Downey Junior rendesse popolare la faccenda sfrecciando ubriaco nei cieli di Hollywood... Il suo primo atto ufficiale come membro del team di Senza Linea è stato inventare la parola “Nerdangolo”, rubrica di cui tutt'ora si occupa per la gioia di sé stesso. mail: c.nigrox@gmail.com

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