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Reading: La visione di Peter: dalla Charterhouse a “The Lamb”
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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Musica

La visione di Peter: dalla Charterhouse a “The Lamb”

Sergio Forlani
Sergio Forlani 7 anni fa
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7 Min Lettura
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Dicembre 1973. Frequento la scuola superiore dell’obbligo e un pomeriggio vado a studiare a casa di Gigi de Stefano, compagno di classe e,come me, pianista e tastierista. Durante una pausa mi fa ascoltare un brano da “Selling England by the pound”, ultimo LP dei GENESIS, famoso gruppo prog/rock britannico:” Firth of Fifth”. WRAMM! In quel periodo oltre ai Beatles ascoltavo molto i PROCOL HARUM, per intenderci la band di “A whiter shade of pale”,” Homburg”, “Repent Walpurgis” e “Shine on brightly”, e quindi oltre che il timbro liturgico dell’organo di Mattew Fisher apprezzavo molto anche la voce un po roca ed evocativa di Gary Brooker.

Questi due aspetti musicali in “Firth of Fifth” dei GENESIS sono però molto più presenti: la liturgia dell’organo di Tony Banks è evidenziata in maniera più drammatica ed emozionante mentre la voce di Peter Gabriel oltre ad essere roca ed evocativa è parimenti emozionante grazie alla fierezza e, contemporanea-mente, alla struggente disperazione espressa nei differenti momenti del brano. Chiedo a Gigi di farmi ascoltare qualcos’altro dei GENESIS e lui mi presta “Nursery Crime” del 1971.

Metto sul giradischi di casa la facciata A e d’improvviso si materializza un carillon di accordi di 4° a triadi maggiori e minori, seguiti da arpeggi di chitarre a 12 corde con gli stessi accordi, e sugli arpeggi la straordinaria voce di Peter che canta: Play me old king Cole, that i may join with you….Il brano è “The Musical Box”. Ma chi è veramente questo Peter Gabriel?  Peter Brian Gabriel nasce il 13 febbraio 1950 a Chobham, un luogo di campagna nel Surrey Regno Unito, da padre ingegnere elettronico e soprattutto inventore e da madre insegnante di pianoforte e concertista. Ovviamente con questi presupposti Peter fin dall’infanzia evidenzia una tale fervida immaginazione da essere assolutamen-te autonomo nei giochi arrivando a visualizzare con facilità scene di battaglie in miniatura nei campi adiacenti l’abitazione dei genitori.

Questi ultimi ad ogni modo tenevano al fatto che il ragazzo avesse un’educazione completa su tutti i fronti ed ecco quindi che Peter viene spedito a lezioni di pianoforte, cosa che però abbandonerà presto palesando  maggiore inclinazione per gli strumenti ritmici e la batteria in special modo. I suoi artisti preferiti sono Otis Redding, James Brown e la musica soul in generale oltre che ovviamente i Beatles. Ma il momento clou della vita e della futura carriera artistica di Peter Gabriel è, manco a farlo apposta, l’iscrizione alla scuola dell’obbligo presso l’auste-ra, severa e repressiva Charterhouse, dove ha modo di conoscere Anthony Phillips, Michael Rutherford e Tony Banks, anch’essi appassionati di musica e desiderosi di emergere attraverso le sette note. Ma la struttura di Guildford è un luogo rigido ed intransigente, con insegnanti autoritari e la vita del college, dove i ragazzi restano anche a dormire, li costringe a confrontarsi con una realtà fatta di docenti e compagni di classe prevaricatori e prepotenti, aspetto questo che influirà molto sui loro caratteri.

Durante le vacanze estive Peter si reca spesso nell’abitazione vittoriana del nonno dove, rovistando nel solaio, scopre un baule pieno di vecchi costumi che non mancherà di indossare per gioco, sviluppando così la passione per la rappresentazione teatrale,  peculiarità questa che diverrà imprescindibile dal suo modo di fare musica ad inizio carriera. I travestimenti di scena, quindi, sono evidenti on stage in “The Musical Box” con la maschera e l’incedere incerto da vecchio vendicativo durante la closing section del brano, così come in “Watcher of the Skies” con mantello e ali di pipistrello durante tutta l’esecuzione, in “Supper’s Ready” con le maschere prima di volpe poi di fiore ed infine a torso nudo con corona di spine e neon azzurrognolo in mano quasi a voler      evidenziare un’ascensione verso l’infinito e,dulcis in fundo, in “Dancing with the Moonlight Knight” e” I know what i like” con calzamaglia nera ed elmo di Britannia in testa.

Ma è chiaro che l’apice del trasformismo in scena Peter lo ottiene raccontando la storia del ragazzo portoricano Rael in “The Lamb lies down on Broadway”, un trasformismo estremo in parte penalizzante per le performances vocali del cantante, come in “The Colony of Slippermen” dove uno scomodissimo costume da lebbroso pieno di borchie impediva a Peter di avvicinarsi correttamente al microfono o come a fine concerto su “IT” dove egli era sospeso in aria penzoloni, incontrando quindi difficoltà enormi a cantare correttamente. Ma è tutto l’insieme delle idee, dei testi, degli spunti sociali (l’album è una sorta di pellegrinaggio spirituale per le strade di New York) e ovviamente musicali che fa di “The Lamb” uno dei maggiori “concept” mai realizzati nel mondo del rock, forse non recepito immediatamente causa la sua complessità da pubblico e critica ma col passare del tempo ampiamante rivalutato e riconosciuto da entrambi per quello che era, ovvero un capolavoro.

A testimonianza di ciò il brano “The Chamber of 32 doors”, illuminante spaccato sulle mille( o 32?) sfaccettature dell’animo umano,con implicazioni strettamente familiari, e dello strato sociale americano ma in realtà universale. E quindi la visione di Peter Gabriel ci porta a capire che, pur attraverso mille sforzi e mille difficoltà, è possibile riuscire a dare al pubblico un messaggio globale di grande musica, resilienza alle avversità della vita quotidiana ed estrema tenacia per il consegui-mento della pace e della fratellanza tra i popoli. Grazie Peter.

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Sergio Forlani Nov 10, 2018
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Pubblicato da Sergio Forlani
Inizialmente autodidatta, ad inizio anni 80 intraprende gli studi di armonia e improvvisazione jazz col maestro Franco de Crescenzo, sempre però prestando la massima attenzione alle sonorità ECM, etichetta simbolo del jazz europeo. Nel 1990 fonda PATSIMILE, band ispirata al sound del Pat Metheny Group con cui si esibisce nei maggiori jazz club campani. Qui fa il suo esordio nel gruppo il chitarrista Paolo Palopoli con il quale realizza a tutt’oggi quattro cd inediti, due di matrice etno/jazz(“Armodia etnica” ed “Etnodie”) e due di connotazione jazz/fusion(“First out” e il recentissimo “Back on the ground”). Al suo attivo anche “Non solo etno” con il quale interrompe momentaneamente il filone etno/jazz per dare spazio ad una delle sue passioni, la forma “song” eseguita con piano, contrabbasso e batteria. L’altro suo progetto è invece “SING & SWING – Beatles and songs in jazz” con il quale assieme al cantante Marco Miglio ripropone dal vivo le canzoni dei Fab Four e altri artisti in chiave jazz.
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