“TRAVELING CANVAS”-“L’ARTE E’ L’ULTIMA FORMA DI SPERANZA”. MOSTRA NELLE SALE DI CASTEL DELL’OVO A NAPOLI.

L’arte è l’ultima forma di speranza”. Da questa citazione del pittore Gerhard Richter tra spunto la mostra “Traveling Canvas”, nell’iconica cornice di Castel dell’Ovo a Napoli, la prima tappa di un percorso espositivo che farà il giro del mondo, promossa da ART1307 e curata da Cynthia Penna e Jill Moniz, fino al 12 maggio 2019. Cinque uomini e cinque donne per dieci tele che hanno viaggiato in lungo e in largo raggiungendo tre continenti. Una staffetta artistica non solo di grande valore scientifico, ma soprattutto di grande valore simbolico, in una società che crea muri culturali e alza barriere fisiche. Come spiega Cynthia Penna:Il progetto nasce da un’emergenza. La bellezza non può più attendere. L’umanità non può più attendere. Traveling Canvas intende inviare un chiaro messaggio politico che è quello dell’integrazione nel rispetto delle diversità – In un mondo solo apparentemente e solo commercialmente globalizzato, la struttura delle società si sta pian  piano disgregando a causa di individualismi e separatismi di ogni sorta: religiosi, razziali e politici. In questo scenario l’arte è l’elemento disturbante di un andamento di deriva verso i separatismi e le intolleranze che stanno caratterizzando  le società contemporanee” .

Il progetto ha messo in relazione fra loro dieci artisti  che non si sono mai conosciuti e non hanno mai lavorato insieme, appartenenti a culture diverse fra loro. Una sinergia lavorativa grazie alle singole tele dove ognuno ha lasciato il proprio segno, col proprio stile e, dove altri, contribuiranno man mano a questa “stratificazione pittorica”. E’ un percorso espositivo che si sviluppa in senso circolare all’interno della Sala delle Carceri, dove ogni artista spiega la propria visione dell’arte e della realtà:

Ana Rodriguez:“C’è un senso di urgenza che io avverto nel creare un dialogo nei linguaggi. Ho sempre pensato che l’opera di un artista astratta o meno, condivide questo medesimo tipo di linguaggio universale che esiste nell’inconscio. Tutti possediamo questo universale linguaggio inconscio, ma io mi sento fortunata di essere un’artista e mi sento come uno scienziato che può decifrare quel che vede”.

Yuki Kamide:Uso spesso l’immagine del corvo. Il corvo è molto popolare per la gente, ma sembra molto indipendente e intelligente e sembra conoscere qualcosa che l’essere umano non sa”

Claudia Mayer:”La mia ricerca artistica è motivata e dettata dal rimarcare l’intenzione di elevare, ispirare e generare una profonda introspezione. Segnatamente attraverso le modalità dell’aggiungere, stratificare e mescolare numerosi materiali, luce, mezzi diversi, linee astratte ispirate alla natura e ai margini”.

Dino Izzo:”Sono sempre stato affascinato dal segno e dal linguaggio dei segni. Fin dal 2014 il mio segno si è trasformato in scrittura, disegno, netto e lineare. Applico il colore con un lungo e accurato lavoro, scrivendo storie con una scrittura contiene il suo significato…..Dopo tutto, le forme sono dove il narratore comincia e dove il lettore simmetricamente giunge. Entrambi stanno guardando”.

Dawit Abebe:Le interazioni che ho sviluppato nel processo costruttivo dei lavori di Traveling Canvas, hanno avuto differenti attitudini….sia che fosse un nuovo lavoro che iniziavo, o quello che toccavo a metà percorso, oppure quello ove ho applicato il colpo finale di pennello, ho avuto l’impressione che tutti fossero miei lavori……..il linguaggio visivo è universale. E’stato piuttosto come conversare con le identità visive che trapelavano dai lavori così come offrire la mia identità personale a quello che gli altri artisti avrebbero continuato o terminato. La libertà e la determinazione che ho avuto nel prendere decisioni è stata interamente basata sulla convinzione di condividere identità visive che ognuno di noi voleva raffigurare nell’opera che sarebbe nata”.

Miguel Osuna:”L’arte è esercizio della comprensione. Le mie opere sono investigazioni intime, personali e spesso teoriche della fluidità della vita. Uso l’astrazione per illuminare spazi emozionali. La qualità gestuale delle mie composizioni esprime il movimento organico e l’impulso del linguaggio non scritto dell’energia. La mia speranza è che il pubblico condivida questo microcosmo con me, nella ricerca delle medesime idee, soluzioni, ed emozioni che ci uniscono tutti”.

Yasunari Nagakomi:”Penso che noi possiamo creare universalità attraverso l’intrecciare memorie insignificanti che sono profonde all’interno degli individui. Tutti i miei sensi sono unici per me, ma sono anche comuni a tutta l’umanità e influenzati e forgiati dalle mie esperienze che mi circondano e che sono condivise da altri, sono perciò universali. In altre parole, credo che le esperienze visive degli esseri umani possono connettersi in profondità con quelle degli altri, così come accade quando qualcosa di unico nella forma o nel dettaglio del contenuto visivo della mia opera può toccare in profondità il cuore dello spettatore che lo guarda, il mio lavoro è completato dalla relazione umana con la mia espressione visiva”.

Duane Paul:”Le opere sono come totem, strutture con un senso di stoica immobilità, che si atteggiano come venerati emblemi di comunicazione della mia esperienza con la gente. Il processo fisico del produrre le opere è ugualmente importante che il lavoro sia “finito”. L’intento della superficie lavorata è quello di evocare l’usura della vita. Questo corpo di opere enfatizza la storia, la bellezza, il significato e la vitalità del decadimento”.

Carla Viparelli:”L’idea di icone contemporanee è sempre stata una costante fonte di ispirazione della mia ricerca sulla figurazione, che include anche considerazioni filosofiche. Un’icona è una visione isolata dal flusso del tempo, come un fotogramma di una immagine in movimento. La tensione concettuale tra un singolo frammento e una sequenza di frammenti caratterizza la mia ricerca sulle immagini in movimento”.

Marie Fatou Kinè AW:”Quando sono venuta in contatto per la prima volta con questa tela, il mio pensiero era: Come posso ritradurre la mia visione delle memorie? Che cosa rappresenta la memoria? Dentro di me, in ciò che mi circonda, le mie tradizioni……e come lavorare la tela senza sovraccaricarla?”.

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Biografia Luca Del Core

Luca Del Core
Ha scritto per alcune riviste di settore, tra cui "Arskey Magazine" e per alcune delle quali è ancora redattore, "Artslife" e "Art a part of cult(ure)". L’arte non riproduce ciò che è visibile, ma rende visibile ciò che non sempre lo è. (Paul Klee)

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