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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Musica

Vite al Limite. Quella volta che Keith e Ronnie la fecero franca.

Redazione
Redazione 7 anni fa
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9 Min Lettura
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L’Arkansas è il luogo dell’incredibile avventura di oggi. Avevo deciso di assistere al concerto degli Stones a Dallas, in Texas. Impostata la destinazione della Macchina del Tempo, sono arrivato a Memphis in mattinata. Da lì l’idea di affittare una vettura e tirare per 650 chilometri verso sud, approfittando dell’occasione per godermi i paesaggi mozzafiato tra Tennessee, Arkansas e Texas.

Una cosa normalissima no? Biglietto, viaggio, concerto, birra e a casa.

Beh, ho scoperto che in America, a cavallo delle celebrazioni del giorno dell’indipendenza di questa torrida estate del 1975, assistere ad un concerto rock non è la cosa più scontata possibile.

Indovinate chi c’è in cima alla lista nera della polizia da un capo all’altro degli Stati Uniti? Sono proprio i Rolling Stones.

Jagger e compagni proprio non vanno giù al governo americano che li ha etichettati come la rock band più pericolosa al mondo. Disordini, disobbedienza civile, sommosse popolari e persino sesso illecito (faccio fatica a capire di cosa si tratti) sono imputati al gruppo di capelloni effeminati inglesi, colpevoli di aver portato oltreoceano una ventata di corruzione dei costumi insieme alla loro musica, quella che l’ Arkansas addirittura sta cercando di bandire per legge.

Ma la musica non è tutto, questo è un affare di Stato piuttosto serio.

Per un ragazzo degli anni Venti del Duemila forse è difficile da comprendere, ma la portata generazionale del rock è enorme. Folle oceaniche vengono mosse, nascono e si stabilizzano nuovi codici di comportamento, idee nuove iniziano a circolare. I seguaci del rock sono a tutti gli effetti un gruppo sociale considerevole le cui dimensioni fanno paura.

Questo grezzo figlio bastardo e sbiancato delle musiche negre, non è certo qualcosa di impacchettato e servito con gentilezza, ma una musica sofferente, aggressiva, che porta dentro un anelito di libertà, un urlo di rivolta, un’aspirazione al capovolgimento. Tutto ciò rischia di sfuggire al controllo delle autorità.

Il rock sta aprendo spazi di espressione nuovi e, per sua natura, è contro il sistema. Va da sé che il sistema sia da sempre il naturale nemico giurato del rock, ma c’è da stare attenti, perchè si cammina davvero su una linea sottile tra la tutela dell’ordine e il mantenimento del consenso. In mezzo, nella storia assurda di oggi, i Rolling Stones, che certo non stanno facendo nulla per stare alla larga dai guai.

Sulla strada per Dallas la mia vescica raggiunge il troppo pieno. La salvezza è una cittadina chiamata Fordyce, poco più che un paesello di 4000 anime e una di quelle tavole calde da film sul ciglio ghiaioso della strada. Nel parcheggio l’atmosfera è strana: due macchine nere senza targa sostano affianco ad una Chevrolet Impala gialla vuota. Un po’ di persone, per lo più camionisti tatuati e motociclisti dalle facce burbere sono ferme a fissare la scena.

Ci faccio poco caso, devo scappare al bagno. Si, il bagno…magari! Inaccessibile. Pare ci si siano rinchiusi due tipi strani, i cui schiamazzi e offese alla clientela hanno convinto il poco simpatico proprietario del ristorante a chiamare la polizia.

Per la sorpresa quasi me la faccio addosso quando dal fondo delle scale per la toilette compaiono le due strafattissime figure di Ronnie Wood e Keith Richards. Stanno guadagnando l’uscita tra le occhiatacce della gente e qualche fischio di scherno da parte di un paio di rudi camionisti rasati a zero: “Ciao, belle fighette, che fate stasera?”, “Che bei capelli bambole, vi andrebbe un giro in moto?”

Ronnie sorride, Keith mostra il dito medio. Non posso fare a meno di seguirli fuori. La mia idea di raggiungere Dallas insieme a quei due però, dura il tempo della messa in moto.

Le macchine nere sbarrano la strada alla Chevrolet. La polizia ha già fermato i Rolling Stones. Keith ostenta sicurezza e toglie il cappello, salutando con particolare enfasi gli agenti. Sta palesemente tentando di disperdere gli stupefacenti di cui il suo copricapo è zeppo all’inverosimile. In una scena tra il surreale e il ridicolo, sotto una pioggia di erba, polvere bianca e pasticche di ogni sorta, in meno di cinque minuti tutta la polizia di Fordyce è sul posto e due elicotteri sorvolano la zona. Le due star vengono caricate in macchina e il corteo di forze dell’ordine e curiosi si trasferisce al tribunale cittadino.

Siamo in duemila all’esterno del tribunale, io intanto ho preso da bere e sono in prima fila sotto la gradinata di accesso, essendo stato uno dei primi spettatori dell’arresto. Mentre rido tra me e me pensando alla storia assurda a cui sto assistendo, un signore in giacca afferra la mia birra: “Se mi lasci due sorsi ti lascio entrare”.

“La birra glie la regalo volentieri, non mi perderei per nulla al mondo gli Stones in tribunale!”

Incredibile a dirsi, il signore in giacca è il Giudice Wynne, presidente del tribunale di Fordyce: è ubriaco marcio.

Ad attenderci ci sono il capo della polizia Bill Gober, la cui richiesta è un mandato per perquisire la Chevrolet gialla in cui sono stati fermati i trasgressori, il giovane Tommy Mays che è il Pubblico Ministero e Bill Carter, il super avvocato dei Rolling Stones già autore del mezzo miracolo che ci è voluto per ottenere i visti di ingresso in America per il gruppo. Scongiurare la conferma dell’arresto e il susseguente scandalo è la sua missione che, a guardare le facce dei suoi assistiti, appare quasi impossibile.

Incrociando lo sguardo di Wood e Richads, Carter sibila un “Grazie ragazzi, vedo che chiedervi di di non combinare casini è servito!”

L’udienza è un teatrino comico, col giudice ubriaco che interrompe la seduta appena cominciata per poter comprare del whisky prima della chiusura del negozio di fronte, il pubblico ministero che non trova gli estremi legali per aprire la Chevrolet ed esaminarne l’interno e il capo della polizia furioso che urla improperi e minacce verso gli Stones e verso il giudice stesso.

Intanto la folla all’esterno si è fatta rumorosa e chiede a gran voce che Richards e Wood (che intanto stanno cercando di occultare il resto della droga in loro possesso nei bagni del tribunale) siano rilasciati. La BBC intanto è arrivata con le sue telecamere e oltre a tutta l’America, anche l’Inghilterra è collegata in diretta, un’altra ottima occasione di interruzione per Wynne, che si lancia nella concessione di interviste al Burbon alla TV inglese.

Alla fine l’avvocato Carter la spunta, rivolta e scandalo evitati. Non ci sono gli estremi per procedere, la sua valigetta ripiena di qualche migliaio di dollari è servita.

In conferenza stampa Ronnie Wood e Keith Richards appaiono abbracciati al giudice, fattissmi loro, sbronzissimo lui. Keith, brandendo il martelletto esclama “Bene signori, il caso è chiuso!”

Il rock l’ha spuntata ancora una volta, sotto le luci dei riflettori e i microfoni dei giornalisti le due chitarre rock per eccellenza se la svignano, rilasciando confuse dichiarazioni mentre qualche membro dello staff si occupa di recuperare la Chevrolet gialla.

Se la polizia fosse riuscita ad aprirla, probabilmente la carriera dei Rolling Stones sarebbe finita (almeno qui in America) questa notte stessa. Keith e Ronnie lo sanno, quello che ignorano è che nonostante i loro eccessi hanno davanti almeno un altro cinquantennio di carriera.

(La versione integrale di questa storia è raccontata dallo stesso Keith Richards nella suo libro autobiografico “Life” edito da Feltrinelli).

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