Antigone o l’eterno ritorno del mito

I miti non sono l’eco di antiche fantasie, né tracce di una ragione ancora acerba. I miti sono storie bandite dallo spazio e dal tempo; storie infinite, immortali, in cui tutto è già stato detto e tutto attende di esser rivissuto. Così, dopo centinaia di adattamenti, Antigone scivola dalle pagine di Sofocle e approda sulla pellicola di Sophie Deraspe raccontando, in 109 minuti, l’eternità del suo dramma.

Il film, come dichiara la regista in un’intervista su La Presse, ha una duplice origine. La prima, intellettuale, è l’Antigone di Jean Anouilh, che traspone la tragedia di Sofocle nel contesto fascista. Durante il periodo universitario, Deraspe resta folgorata da quest’eroina tanto più che solo di rado le donne son rese protagoniste della cultura occidentale. C’è poi la cronaca, l’attualità, l’incontro con la sorella di Fredy Villanueva – hondurégno immigrato in Canada e morto per mano di due gendarmi – e di Dany Villanueva – accusato ingiustamente per l’aggressione dell’assassino. Così, cucendo i lembi della realtà e della fantasia, esplorando le distanze che il tempo impone, nasce l’Antigone di Deraspe, in sala da settembre 2020.

Il cast è giovane e brillante, frutto di una selezione realizzata nelle scuole, per strada e sui social network. Quasi fortuito è, ad esempio, l’ascolto del canto che Rachida Oussaada rivolge al figlio, determinando la commozione dei presenti e la sua partecipazione al film nel ruolo di Ménécée. C’è poi la deliziosa e inaspettata scoperta di Nahéma Ricci che varcando la soglia del palcoscenico raccoglie tutti in un silenzio affermativo: è lei la nuova Antigone.

Una donna androgina dallo sguardo turchese che s’imbrunisce quando sveste i panni della studentessa modello e diventa una mitica combattente. Originaria del nord dell’Algeria, Antigone difende il fratello minore accusato di aver aggredito il poliziotto responsabile dell’assassinio del primogenito. S’impone così il tema dell’immigrazione, di fughe deluse da accoglienze algide e ingenerose, della precarietà di esistenze condannate a esser sempre straniere, in bilico tra il paese di origine e quello di adozione.

Addolorata per la duplice perdita, Antigone elabora uno stratagemma per sostituirsi al fratello in prigione. Ma l’inganno dura poco. La protagonista è ben presto confrontata alle conseguenze giudiziarie della sua scelta. Si vede così sottoposta al vaglio di una giudice aggrappata alla norma, come salvezza dallo smarrimento di ogni valore umano. È lei ad incarnare l’autorità del re Creonte, unico personaggio assente in questa versione della tragedia. Vi è poi il giudizio della società, dei social media, che, alla stregua del coro, riflette la posizione dello spettatore e manifesta le ragioni della protagonista: le riconosce di aver fatto cosa giusta, pur muovendosi contro giustizia. Così la protagonista cessa di esser vittima e diviene militante. Non cerca più di dimostrare la propria innocenza quanto di perorare una causa universale come il mito che la racconta.

Antigone lotta per salvare se stessa e la società da una disumanizzazione necessaria al buon funzionamento dell’apparato burocratico. Chiedendo giustizia, libertà e umanità, incarna quei valori liberali che il Canada le ha insegnato, ma di cui sembra essere dimentico. Per questo il motto “Mon coeur me dit!” (trad. “Il mio cuore mi dice!”) rimbomba in tutto il paese come espressione di un malessere condiviso.

In questa pellicola candidata agli Oscar come miglior film straniero e vincitrice del Festival Internazionale di Toronto, Sophie Deraspe conserva i nomi originali dei personaggi della tragedia greca, come per affermarne l’eternità. L’etimologia di Antigone, ad esempio, significa “nascere in contrasto” o “ in sostituzione”. È perciò custode del fato che la condanna allo scontro con l’autorità e a prendere il posto del fratello. Eppure, la stessa regista sostiene che Antigone ha tanti volti e tanti nomi. Forse anche il nostro. O forse è altrove il nostro mito, racchiuso in altre copertine capaci di svelarci ciò che di antico c’è nel nostro presente, che la nostra è una storia già vissuta, deputata a ripetersi all’infinito. Avrebbe ragione allora Nietzsche nell’affermare che “ l’eterna clessidra dell’esistenza viene sempre di nuovo capovolta e noi con essa”.

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Biografia Francesca Musto

Francesca Musto
Addottorata in logica e metafisica alla Normale di Parigi, traduco la mia meraviglia per il mondo in prodotti editoriali. Credo che la parola e il pensiero siano strumenti privilegiati per comprendere la realtà e che il cinema sia una porta su universi paralleli.

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