venerdì , 24 Gennaio 2020

“IL CANTO DEL CASTRATO” DI GIOVANNA MOZZILLO. RECENSIONE ED INTERVISTA

 

“L’amore, insomma, è un dono che spetta a poche, pochissime.”

 

Trama: E’ la storia di una duplice e travagliata conquista di consapevolezza. Protagoniste due donne, Ippolita e Lucrezia, madre e figlia, appartenenti a una nobile famiglia della Napoli vicereale. La ribellione e il riscatto a cui riusciranno ad approdare costeranno ad entrambe un prezzo altissimo, ma consentiranno l’esperienza di una piena e insospettata felicità, resa più esaltante dalla scoperta che voler essere padrone di se stesse costituisce non un peccato ma un diritto. A pilotarle nel non facile processo di liberazione dai condizionamenti cui soggiacciono è ovviamente l’amore. Un amore, in ambo i casi, giudicato inaccettabile dalle convinzioni, dalle convenzioni e dalle “repulsioni” dell’epoca. Perché la madre scopre di amare, riamata, il precettore della prole (un sacerdote che stenta a riconoscersi nei valori della chiesa romana ed è stato conquistato dalla dottrina di Giordano Bruno), mentre la figlia si arrende alla passione di un giovane e celebrato “canterino”, per la sua arte invitato nei palazzi e nelle corti di tutta Europa, ma di umilissime origini e, soprattutto, “castrato”. Sullo sfondo, la Napoli barocca con i suoi riti, le sue perverse certezze e le sue fatali ossessioni, il borgo montano dove i protagonisti cercano scampo quando in città esplode la peste. Il fascino della vicenda è potenziato dall’uso di un linguaggio che, nel riflettere i ritmi della sensibilità e della comunicatività di allora, risulta sempre vivido e trainante e sa trasmettere a pieno i brividi e l’arcana suggestione di un’epoca inquietante e meravigliosa.

Marlin Editore

 

Recensione: L’ambientazione seicentesca colloca il romanzo dritto dritto nel genere storico. Una storia in cui si scopre la Napoli dell’epoca con i suoi quartieri storici ed il modus vivendi di un tempo che fu. Una famiglia di nobili origini che soggiace ad un regime estremamente maschilista e patriarcale, gretto e bigotto. Il Duca incontra la moglie, Ippolita, esclusivamente per soddisfare i suoi istinti sessuali e guarda le figlie con disprezzo e ribrezzo inculcando gli stessi principi al figlio primogenito.

Protagoniste del romanzo sono madre e figlia, rispettivamente Ippolita e Lucrezia, due donne forti, caparbie, due eroine che hanno in comune la stessa disgrazia, quella di amare l’uomo sbagliato. Ippolita è totalmente presa da Don Cosimo, prelato e precettore della figlia, uomo colto e sensibile; Lucrezia s’invaghisce di un noto cantante, il castrato Caffarello. Entrambi gli amori sono ben corrisposti. La scoperta del vero amore scatena nelle due donne la presa di coscienza di sé, innescando una grandissima forza di ribellione per vivere pienamente i sentimenti, la loro femminilità, le passioni ed il rispetto, ovvero tutto ciò che era loro negato e violato.

Lucrezia nel momento in cui scopre la relazione della madre è sconvolta, accecata dall’ira provando un forte disgusto per quella donna, per poi scoprire di avere molto con comune con lei: il desiderio di vivere liberamente quello che è il sentimento più forte di tutti, l’amore.

Interessante la scelta della Mozzillo caduta sulla figura del Caffarello, noto castrato realmente esistito, nonché maestro del famosissimo Farinelli, ovviamente stravolgendone la vita, regala al lettore l’opportunità di informarsi su un personaggio storico sul quale, poi, ha tessuto una trama completamente fantastica.

Un perla è la prozia Diotima dalla quale la famiglia di Lucrezia si rifugia per scampare alla peste. Una donna  che incarna il femminismo nel senso più stretto del termine, una figura che prova odio profondo nei confronti del genere maschile, tanto da non volere uomini al suo cospetto senza per questo essere retrograda e bigotta, ma dotata di grandissima sensibilità ed intelligenza.

L’autrice ha optato per una scelta stilistica che definirei audace, ricorrendo ad un linguaggio il più possibile vicino all’epoca in cui si svolgono le vicende, rivelando una scelta efficace.

Il libro è un forte grido di ribellione e rivalsa per essere padrone di se stesse, anche se ad un prezzo altissimo da pagare.

 

 

Giovanna Mozzillo vive e lavora a Napoli. Ha pubblicato: Le alghe di Posillipo (1994, II ed. 2011), Tempo di cicale (1995), Recita napoletana(1999, Premio “Naples in the World”, da cui è stato tratto il lavoro teatrale “Tempo scaduto”, diretto e rappresentato da Gea Martire), La signorina e l’amore (2001, finalista al Premio Morante 2002), Lavinia e l’angelo custode (2003), Quell’antico amore (2004), La vita come un gioco (2007, finalista al Premio Melfi 2008), Malgrado tu sia altrove(2014). È coautrice del volume collettivo La guerra e le bambine: sedici nonne raccontano (2014). In edizione Marlin: Ritorno in Egitto (2017) e Il canto del castrato (2019). Collabora alle pagine culturali di vari quotidiani e riviste, tra cui “Corriere del Mezzogiorno” e “Leggendaria”.

           

                         INTERVISTA 

 

In una Napoli antica, una storia, anzi due storie d’amore e di libertà. Come nasce il suo romanzo?

Il romanzo nasce dall’emozione e dallo sdegno suscitati in me dalla lettura delle “cronache” secentesche (la più famosa è forse quella scritta da Domenico Confuorto) che recensiscono giorno dopo giorno gli eventi degni di nota della Napoli barocca: nascite, matrimoni, monacazioni, funerali, delitti.

Leggendole, mi son resa conto di quanto atroce fosse la condizione femminile in un’epoca in cui si riteneva che, per natura e volontà di Dio, la donna non avesse la capacità di autogestirsi e dovesse quindi dipendere la vita intera dall’uomo: fino alle nozze dal padre e, in mancanza del padre, dai fratelli, dopo le nozze dallo sposo. Una dipendenza totale in base alla quale l’uomo, arbitro del destino di mogli e figlie (erano prassi le monacazioni forzate e i matrimoni di bambine con adulti o anziani),  secondo il sentire comune aveva anche licenza di ucciderle, qualora il loro comportamento avesse offeso la sua autorità e il suo “onore”. A sdegnarmi ulteriormente è stato soprattutto realizzare l’indifferenza, e anzi il consenso, di questi cronisti, che pure erano persone acculturate, nei confronti degli innumerevoli soprusi subiti dalle nostre ave. Un esempio: se una giovane donna, monacata a forza, nel tentativo di fuggire dal convento moriva, per lei non c’erano parole di pietà, ma solo la constatazione che era morta dannata, essendosi opposta al volere di dio. Ho avvertito allora il bisogno di raccontare quella realtà, perché mi è parso che, raccontando, avrei, sia pure in misura minima, reso giustizia a tanta sofferenza impunita. Un bisogno che (chiedo scusa per il termine altisonante) si è trasformato quasi in un “dovere” di fronte a quanto accade oggi: cioè di fronte al moltiplicarsi dei femminicidi, per cui si ha l’impressione che la concezione vigente a quei tempi, in base alla quale la donna era possesso dell’uomo, concezione che ritenevamo ormai morta e sepolta, sia risuscitata e, come un contagio letale, torni a fare proseliti.  Un dovere a cui ho cercato di assolvere, narrando di queste due donne che alle convenzioni spietate della società in cui vivono trovano il coraggio di ribellarsi e riescono, sia pure a prezzo altissimo, a riscattare la propria identità e dignità.

 

I suoi personaggi sono frutto d’immaginazione, ma il Caffarello è davvero esistito.

Sì, i personaggi sono immaginari. Ma, per dar loro vita, mi sono molto documentata, oltre che sulle cronache, sugli scritti dell’epoca, sulle lettere e i diari dei viaggiatori stranieri giunti a Napoli nel 600, sulle canzoni  e sulla pittura barocca. Per me la pittura è  fonte di ispirazione essenziale.

Pure il Caffarello è personaggio immaginario (c’è stato, è vero, anche un Caffarello reale, ma non mi sono ispirata a lui).

 

Possiamo definirla una Maestra del romanzo storico?

No, no, per carità, non sono, non mi sento assolutamente e non voglio essere una “maestra”! D’altronde, per le situazioni che narra e per il messaggio che tento di affidargli, io questo romanzo non lo ritengo solo “storico”, ma anche drammaticamente attuale. Ecco: se l’ho ambientato nel passato, come pure qualche altro mio libro precedente, è perché son convinta che, non conoscendo il passato, non si può comprendere il presente e quindi riuscire a intervenire in modo efficace, affinché non se ne ripetano  errori ed orrori. Ma, se son tornata a sceglierlo come sfondo della vicenda, è anche perché, malgrado le mostruose storture che ha ospitato, il passato, per il fatto stesso che non c’è più, che è perduto, finito, svanito, ha ai miei occhi un’infinita potenzialità di suggestione.

E le suggestioni sono il sale e il lievito della narrativa.

 

Ippolita e Lucrezia sono esempio di emancipazione in un contesto bigotto. Ci parli di queste due donne forti e meravigliose.

Ippolita e Lucrezia trovano la forza per sfidare le convenzioni dell’epoca. Rappresentano quindi degli esempi di eccezionale coraggio. Ma sulla loro ribellione ci son due considerazioni da fare.

La prima è che per entrambe la scoperta della propria dignità e identità non avviene da un momento all’altro: è progressiva e sofferta. Più volte esse rinnegano come scandalose ed eretiche le consapevolezze raggiunte, per poi recuperarle di fronte all’evidenza che le norme a cui son sottoposte non possono esser volute da Dio, ma nascono dall’ignoranza  e dalla prepotenza umana.

La seconda è che, ad aiutarle a non arrendersi, è la scoperta del vero amore. L’amore di due uomini, Cosimo e Federico, che, in antitesi con la mentalità di allora, non solo rifiutano l’idea che la donna debba essere possesso del maschio, ma ne inorridiscono.

Infatti Federico che, essendo castrato, può amare, anzi è un esperto amatore, ma non può generare, siccome non vuole che, a causa della passione da cui son legati, Lucrezia sia privata dell’esperienza della maternità, le dice che, se, per avere un figlio, lei si unisse a un altro uomo, non per questo lui la lascerebbe, o la amerebbe di meno.

Da parte sua Cosimo, poiché sa quanto Ippolita sia stata umiliata dal duca che le ha fatto fare un figlio all’anno, ma senza mai rivolgerle la parola o guardarla, come se l’avesse ritenuta soltanto uno strumento di riproduzione, allorché il loro amore esplode, a lungo, pur adorandola, si nega a un rapporto completo, perché non vuole che ella lo possa assimilare allo sposo, lo possa giudicare, come lo sposo, un “padrone”.

 

Grazie al suo libro scopriamo una Napoli barocca, com’era strutturata un tempo, i suoi quartieri storici. Non sono però riuscita ad individuare dove sarebbe idealmente collocata la casa di famiglia delle protagoniste, anche se ad un certo punto si nomina Capodimonte. Mi svelerebbe la location, sempre se esiste?

In effetti non ho voluto ubicare la villa del duca in un posto preciso, ma l’ho comunque immaginata sulle colline che circondano la città, presumibilmente sul Vomero, che allora era tutto boschi e campagne.

 

Sta lavorando a qualcosa attualmente?

Ho appena completato un romanzo che si svolge anch’esso a Napoli, ma in epoca recente, cioè nella seconda metà del novecento, tra il 68 e l’alba del terzo millennio, e in ambiente borghese, sebbene non manchino personaggi popolani. E’ un romanzo che segue la protagonista dall’adolescenza alla maturità, attraverso i molteplici cambiamenti della società cittadina e del mondo.

 

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Biografia Cristiana Abbate

Cristiana Abbate
Veterinaria pentita e mamma convinta.Si ritiene propositiva e per nulla diplomatica .Grande appassionata di viaggi e divoratrice di libri. Malata di shopping e con il conto in banca fisso sul rosso.

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