Ci sono libri che diventano famosi per lo scandalo che li circonda e altri che, una volta letti, fanno capire quanto quello scandalo dicesse più della società che del libro stesso. Beijing Story appartiene decisamente alla seconda categoria.
La nuova edizione arriva in un momento in cui è possibile leggere questo romanzo con uno sguardo più distaccato rispetto agli anni della sua comparsa. Oggi molte delle scene che all’epoca furono considerate provocatorie appaiono quasi sobrie. C’è sesso, certo, ma non è mai il vero centro del racconto. Il cuore del libro è la difficoltà di amare in una società che impone ruoli rigidi, il peso delle differenze sociali e la paura di vivere apertamente la propria identità.
A rendere quest’opera così affascinante è anche il mistero che circonda il suo autore. Ancora oggi conosciamo soltanto lo pseudonimo Tongzhi, parola che significa “compagno” ma che nel linguaggio contemporaneo cinese è diventata anche un termine con cui la comunità gay definisce sé stessa. L’anonimato non fu una raffinata scelta letteraria: era una necessità. Pubblicare negli anni Novanta un romanzo omosessuale, con scene erotiche esplicite e riferimenti alla corruzione, alle disuguaglianze sociali e persino agli eventi del 1989, significava esporsi a conseguenze molto serie. Per questo il romanzo circolò inizialmente su Internet, sfruttando uno spazio che allora offriva ancora qualche possibilità di sfuggire alla censura statale.
È facile leggere oggi che il libro “fece scandalo” in Cina, ma la parola rischia di essere fuorviante. Lo scandalo non nasce tanto dai contenuti quanto dal contesto storico. La Cina della metà degli anni Novanta era nel pieno della trasformazione economica: il capitalismo stava modificando profondamente la società, ma sul piano politico e morale permanevano forti controlli. L’omosessualità era ancora fortemente stigmatizzata e sarebbe stata rimossa dall’elenco delle malattie mentali cinesi solo nel 2001. In questo scenario, una storia d’amore tra due uomini raccontata senza ironia, senza condanne morali e senza nascondere il desiderio rappresentava qualcosa di inedito.
Ed è proprio questo l’aspetto che più sorprende durante la lettura. Chi si avvicina al romanzo aspettandosi un testo scandaloso potrebbe rimanere quasi spiazzato. Oggi il volume appare soprattutto come una storia profondamente malinconica. Il sesso occupa spazio, ma non domina mai la narrazione; serve piuttosto a raccontare il rapporto di potere tra Handong e Lan Yu e la lenta trasformazione di un sentimento che nasce come possesso e diventa amore. La vera forza del romanzo non è la provocazione, ma l’umanità dei personaggi.
Anche la nuova edizione assume quindi un valore particolare. Non recupera soltanto un classico della narrativa LGBTQ+, ma restituisce ai lettori un documento culturale che racconta una Cina raramente mostrata nella narrativa occidentale. Più che un romanzo “proibito”, Beijing Story è la testimonianza di un momento storico in cui raccontare semplicemente una storia d’amore poteva diventare un gesto politico.
A quasi trent’anni dalla sua prima apparizione sul web, ciò che colpisce non è la presunta trasgressione del libro, ma il fatto che un autore abbia sentito il bisogno di nascondere il proprio nome per raccontare qualcosa che, oggi, appare profondamente universale: due persone che cercano di amarsi in un mondo che sembra fare di tutto per impedirglielo

