domenica , 17 Novembre 2019

Lacrime in Paradiso

La nascita di un figlio è un evento al cui confronto molti altri avvenimenti, per quanto importanti, inevitabilmente sbiadiscono. Non importa chi tu sia, da dove tu venga, che tu sia ricco o povero, uno sconosciuto, magari un personaggio famoso, una star. Non importa perché la paternità sembra avere il potere di azzerare il conto. È un punto, un momento della vita che assume rango di starting o re-starting point.

Deve provare qualcosa di simile Eric, incontrando lo sguardo del suo piccolo Connor. Eppure lui, Slowhand, unanimemente riconosciuto come uno dei più grandi chitarristi viventi, non è certo uno che ha vissuto poco. Siamo nel mezzo dell’estate del 1991 ed Eric Clapton ha già toccato i confini più remoti e distanti dell’esperienza umana. È stato perfino “Dio”, una divinità della chitarra, s’intende, la cui popolarità era marchiata a colpi di bombolette spray sui muri di mezza Londra: Clapton is God, vi si leggeva. Eric però è stato anche all’inferno. Quello della droga, dell’alcol, del mal di vivere, costretto dentro una vita mai veramente amata, costellata da una serie di esperienze forti, forse troppo forti per un bambino silenzioso e solitario. Gli appellativi Mamma e Papà erano diventati presto due contenitori vuoti quando il piccolo aveva scoperto che le due persone che si stavano prendendo cura di lui erano in realtà i suoi nonni materni.  Il suo vero papà non era che un soldato canadese che aveva sedotto una giovane inglese, l’aveva messa incinta ed era tornato, finita la guerra, al di là dell’Oceano. La sua mamma, quella che i nonni gli avevano sempre spacciato per una sorella maggiore, era andata a ricostruirsi una vita in Germania con un nuovo compagno, lontano da lui. Così, tra abbandoni e bugie, Eric aveva imbracciato, o forse solo abbracciato, una chitarra.

La fama era arrivata alla metà degli anni Sessanta, quando Clapton sfoggiava la sua incredibile dote chitarristica in supergruppi come Yardbirds, John Mayall & the Bluesbreakers, Blind Faith e, soprattutto, i Cream. Poi la vita aveva ripreso ad assestare i suoi duri colpi, dapprima con la morte dell’amico, riferimento chitarristico e rivale Jimi Hendrix, poi con quella dell’altro grande chitarrista Duane Allman, sodale di Eric nei Derek & The Dominos. Le porte dell’abisso si erano spalancate per accoglierlo  in una profonda dipendenza dalle droghe pesanti.

Anche la sua grande amicizia col Beatle George Harrison era stata messa a dura prova dall’irrefrenabile passione nutrita verso la moglie di questi, Pattie Boyd. L’amicizia aveva resistito all’urto, il matrimonio di Harrison no, così Pattie diventò, per dieci anni, la donna di Eric. L’alcol e la droga, uniti all’infedeltà di Clapton avevano però mandato in frantumi anche quel legame. “La vita non mi piace”, era solito dire. “La musica, soltanto la musica riesce a lenire il dolore”.

Poi, da un’infatuazione per una showgirl italiana, Lori Del Santo, storia anche questa travagliata, il raggio di luce. La nascita del piccolo Connor, nonostante le paure e titubanze iniziali, aveva restituito al grande chitarrista un punto fermo, un’ancora a cui aggrapparsi e da cui trarre energia positiva e vitale.

La paternità ha toccato Eric Clapton nel profondo e lo ha spinto a crescere. Oggi, all’alba di un nuovo decennio, il suo unico desiderio è cercare la felicità insieme a suo figlio e questa consapevolezza riesce a contenere altri dolori molto forti, come la recente morte dell’amico Stevie Ray Vaughan, schiantatosi su una collina del Wisconsin con un elicottero a bordo del quale avrebbe dovuto salire proprio Eric.

Fa male si, ma stanno cominciando le vacanze di Pasqua e Lori e Connor sono venuti qui a New York, per passare qualche giorno sereno insieme a papà Clapton. La giornata di ieri al circo è stata così bella che il bimbo, salutando suo padre, gli ha detto di non vedere l’ora di poter stare ancora con lui.

Alle 11 e 15 minuti di mercoledì 20 marzo 1991, sulla Grande Mela splende un bel sole e nell’appartamento al 53° piano del grattacielo dove risiedono per le vacanze, mamma e figlio stanno aspettando che arrivi Eric per andare, tutti insieme, al parco. In un fulmineo, tragico attimo, la morte decide di tornare ancora una volta a far capolino nell’esistenza del chitarrista. Lori distacca l’attenzione dal figlio e prende a leggere alcuni fax provenienti dall’Italia, mentre la baby sitter non si accorge che un operaio intento a lavare i vetri sta tenendo aperte le finestre del salone. Quando tutti si rendono conto del pericolo, Connor Clapton, quattro anni e mezzo, è già volato via per sempre.

La 57esima strada, dove ho appena parcheggiato la mia Macchina del Tempo, essendo venuto qui con l’intenzione di esplorare la scena musicale newyorkese di inizio ’90, si riempie in pochi istanti del suono assordante di mille sirene.

Tra la calca, distinguo la sagoma di Eric Clapton. Non si ferma a guardare dove tutti stanno puntando gli occhi, ma corre subito all’interno dell’edificio. È incredulo, quasi rifiuta di accettare la possibilità che quel corpicino inerme e devastato sia quello di suo figlio.

Le porte dell’abisso stanno riaprendo i propri battenti, ma stavolta no, Clapton non scenderà di nuovo all’inferno, abbraccerà piuttosto l’unica amica a cui è stato sempre fedele, l’unica arma di difesa che non lo ha mai tradito o abbandonato: la sua chitarra. Del resto è stato sempre così “La musica, soltanto la musica riesce a lenire il dolore”.

Ricorderesti il mio nome, se ci incontrassimo in paradiso? Mi terresti la mano, se ci incontrassimo in paradiso? Mi aiuteresti a restare in piedi, se ci incontrassimo in paradiso? Troverò la mia strada, nel giorno e nella notte, perchè so che non posso stare qui, in paradiso”.

La morte di un figlio è un evento al cui confronto molti altri avvenimenti, per quanto importanti, inevitabilmente si annullano. Non importa chi tu sia, da dove tu venga, che tu sia ricco o povero, uno sconosciuto, magari un personaggio famoso, una star. Però neppure la morte può cancellare la paternità, tantomeno  il suo potere di azzerare il conto, il suo essere uno starting o re-starting point.

E se sei uno dei più grandi musicisti del mondo e ti chiami Eric Clapton, puoi ripartire così:

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Biografia Stefano Di Meglio

Stefano Di Meglio
Nato a Ischia nel 1982, dall’età di diciotto anni risiede a Napoli, dove svolge da allora l’attività di musicista. Ha studiato Filosofia ed è diplomato in Basso Elettrico Pop al Conservatorio di Frosinone Collabora con svariate formazioni e nomi del panorama musicale campano. E’ bassista resident presso lo studio di registrazione “la Casetta” di Torre del Greco. Insegna inoltre Basso elettrico, Teoria, Armonia e Musica d’Insieme presso diverse accademie musicali tra Napoli e la Penisola sorrentina.

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