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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Arte & SpettacoloLibri

L’amante Giapponese di Isabel Allende

Redazione
Redazione 10 anni fa
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3 Min Lettura
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“Nessuno vuole morire senza aver visto il finale”. E’ questo l’antidoto per combattere la solitudine e la depressione che sovente attanagliano gli ospiti di Lark House, escogitato dagli operatori della casa di riposo per anziani di cui si occupano; tenerli ben agganciati a qualche serie televisiva e mai essere avari di tenere carezze. Una residenza geriatrica i cui abitanti in gioventù furono attivisti, liberi pensatori, ecologisti, un luogo di nicchia in cui gli ospiti continuano le loro battaglie sociali scendendo in piazza per raccogliere firme per le loro petizioni sguainando le loro spade fatte di bastoni, deambulatori, cartelli e sedie a rotelle. E’ questo lo scenario in una San Francisco dei nostri giorni, che fa da sfondo al racconto della protagonista del romanzo, la ultraottantenne Alma Belasco. Un racconto centellinato come una medicina in un contagocce ma senza essere privo di quella generosità di particolari che è propria della età in cui i ricordi anziché affievolirsi ritornano nitidi alla mente e che accompagnati dalle parole, a volte leggere e delicate, talvolta invece intrise di impeto e passione, gli stessi con i quali Alma ha vissuto, dona ai custodi di questa esclusiva narrazione, Irina, infermiera gentile e premurosa di Lark House, e Seth, intraprendente nipote di Alma, delle emozioni intense, talvolta struggenti che diventano magicamente il luogo in cui il presente si fonde con il passato eliminando ogni confine o limite di spazio e tempo.

Alma racconta la sua lunga storia d’amore attraversata dagli orrori nella Polonia della Seconda Guerra Mondiale, nata quando ancora i protagonisti, Alma stessa ed il giardiniere Ichimei, erano in un’età in cui i denti da latte lasciano spazio a quelli definitivi, caratterizzata da una concezione dell’infanzia da parte degli adulti che li circondavano come di una tappa naturalmente disgraziata dell’esistenza in cui “la storia che i bambini meritano la felicità l’ha inventata Walt Disney per far soldi”.

Un filo conduttore, onnipresente e delicatamente impercettibile, costituito dalle lettere d’amore, le lettere scritte, le lettere inviate, quelle ricevute ed attese, le lettere così agognate che sono la chiave di volta in cui è la tenerezza a farla da padrona che svela il suo totale splendore in un finale sorprendente che lascia il lettore senza fiato.

Lo stile di Isabel Allende è inconfondibile anche in questo suo ultimo romanzo,la sua scrittura è capace di catturare, la cadenza lenta e magnetica del racconto attrae come una calamita da cui è difficile staccarsi, riuscendo a coinvolgere il lettore ammantando il romanzo di quell’aura sospesa nel tempo in cui non esiste distanza tra le persone, tra i luoghi, tra i ricordi e le emozioni ricordando costantemente al lettore, così come già fatto nelle opere precedenti ,che “non c’è separazione definitiva finchè esiste il ricordo”.

 

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