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Reading: Il cinema del silenzio: 7 film dove le immagini parlano al posto dei dialoghi
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© 2022 Senzalinea testata giornalistica registrata presso il Tribunale di Napoli n. 57 del 11/11/2015.Direttore Responsabile Enrico Pentonieri
Cinema

Il cinema del silenzio: 7 film dove le immagini parlano al posto dei dialoghi

Angela Bevilacqua
Angela Bevilacqua 8 anni fa
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9 Min Lettura
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Show, don’t tell (Mostra, non raccontare) è l’espressione di una tecnica narrativa. Tutti i più grandi cineasti la conoscono e la applicano.

Le parole possono essere un limite, infatti per i propri film molti registi hanno scelto di ridurre i dialoghi all’osso e di lasciare la narrazione e l’emozione alla potenza delle immagini. In questo modo lo spettatore vede la scena schiudersi di fronte a sé e giunge a una propria interpretazione senza venir condizionato da eccessive spiegazioni o interferenze da parte dell’autore.

A volte un’immagine vale più di mille parole! Ecco perché questa settimana vi parlo di 7 fra i film più silenziosi della storia del cinema!

Under the skin

Under the skin è un film del 2013 scritto e diretto da Jonathan Glazer, candidato al Leone D’oro alla Mostra internazionale del cinema di Venezia.

Una creatura aliena sguscia silenziosa tra la nebbia di un paesino scozzese. Ha le forme morbide, voluttuose e conturbanti di Scarlett Johansson che, proprio come una sirena, si aggira per le strade a caccia di prede umane per il proprio sostentamento. Il film segue la lenta presa di coscienza della creatura che la porterà a mettersi totalmente in discussione.

Per raccontare questa storia il regista sceglie un approccio percettivo: riduce i dialoghi al limite (basti pensare che la Johansson pronuncia solo tre battute) e lascia che a raccontare siano gli sguardi solenni della protagonista, le atmosfere irreali e taglienti e la colonna sonora oscura e inquietante composta quasi esclusivamente da un unico strumento: la viola.

2001: Odissea nello spazio

2001: Odissea dello spazio non ha bisogno di presentazioni. Il capolavoro di Stanley Kubrik del 1968 ha rappresentato una svolta epocale per il cinema di fantascienza ed è una pietra miliare per il cinema in generale.

Il film racconta una favola apocalittica sul destino dell’umanità e dello sviluppo della tecnologia, raccontato quasi come fosse un documentario. La durata è quasi due ore e venti, ma ci sono solo poco più di quaranta minuti in cui sono presenti dei dialoghi. Come disse durante un’ intervista lo stesso Kubrick, 2001: Odissea nello spazio è stato concepito sin dall’inizio per essere una “esperienza non verbale, ma visuale, emozionale e filosofica”.

All is lost

All is lost è un film del 2013 diretto da J. C. Chandor, presentato fuori concorso al Festival di Cannes dello stesso anno.

L’unico interprete è Robert Redford, un marinaio senza nome disperso nell’Oceano Indiano che si trova a dover fronteggiare una terribile tempesta. La presenza dell’uomo  si fa piccola o addirittura si annulla se comparata con la potenza della natura, ma l’istinto di sopravvivenza emerge più forte proprio nelle avversità e la vita vince sulla morte.

Non vi sono parole a parte quelle pronunciate nel monologo iniziale dalla voce fuori campo del protagonista.  Un film molto particolare e un’ottima prova attoriale per Robert Redford.

Ferro 3

Ferro 3 è una pellicola del 2004 scritta e diretta dal regista coreano Kim Ki-Duk. Il film è stato presentato alla 61ª Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia.

Tae-Suk è un giovane che trascorre le sue giornate entrando nelle case degli altri quando i proprietari sono assenti. Un giorno, entrando in una casa, casualmente incontra una ragazza di nome Sun-hwa che ha dei segni di maltrattamenti sul viso. Sono i segni dei continui litigi con il marito. Tae-suk la prende con sé per vagare insieme nelle case e condividere questo strano modo di vivere che trasforma lentamente la loro amicizia in amore.

Kim Ki-Duk ci parla dell’amore e della solitudine, ma lo fa senza dialoghi. Infatti i due protagonisti non parlano mai perché il loro amore è raccontato dai gesti e dagli sguardi. Kim Ki-Duk ci mostra che le parole non sono essenziali per amare perché l’amore conosce anche altri linguaggi. Nel film solo grida, rumori, ma nessuna parola umana perché le parole spesso sono sbagliate, volgari o violente. Allora è meglio il silenzio.

Solo Dio perdona

Solo Dio perdona è un film del 2013 scritto e diretto da Nicolas Winding Refn, alla sua seconda collaborazione con Ryan Gosling, che è l’interprete principale. Il film è stato presentato in concorso al Festival di Cannes 2013.

Sullo sfondo della Thailandia, a Bangkok, Julian gestisce un club di boxe thailandese usato come copertura per lo spaccio di droga. Sua madre arriva dagli Stati Uniti perché Billy, il suo figlio prediletto, è stato ucciso per aver brutalmente assassinato una giovane prostituta. Carica di rabbia, la madre vuole che Julian vendichi la morte del fratello, ma questi si troverà ad affrontare un poliziotto in pensione che si erge a giudice e giustiziere del crimine.

Fin dalla partecipazione al Festival di Cannes il film è stato contestato dai critici e dai fan di Refn per il suo essere ermetico e poco parlato. Lampade rosse, sangue rosso, luci rosse dei quartieri malfamati, delle palestre e dei bordelli costituiscono il punto focale di un film con pochissime parole, una trama ridotta all’osso e un montaggio essenziale improntato su lunghe sequenze. Il centro della messa in scena è quindi la fotografia, attraverso la quale Refn guarda l’abisso di efferatezza che la sua opera racconta.

The tree of life

The tree of life è un film del 2011 diretto da Terence Malick. Ha vinto la Palma d’oro per il miglior film al 64° Festival di Cannes. I protagonisti sono Brad Pitt, Sean Penn e Jessica Chastain.

The tree of life è un film fortemente simbolico che attraverso le vicende di una famiglia tocca argomenti quali la vita, l’amore e la religione. La trama in verità è appena accennata: l’obiettivo è quello di esaminare il significato della vita e far riflettere.

Una parte della critica elogia il film ritenendolo un capolavoro assoluto, mentre un’altra ritiene la pellicola sopravvalutata incolpando un dialogo praticamente assente. Basti pensare che i primi venti minuti, in cui viene mostrata la creazione dell’universo, sono completamente muti. Il film è infatti raccontato quasi esclusivamente attraverso le immagini e i suoni.

The Tribe

The Tribe è l’opera prima del regista ucraino Myroslav Slaboshpytskiy. La pellicola è uscita nel 2015.

In un collegio per ragazzi sordomuti Sergey dovrà lottare per conquistare il proprio spazio all’interno della gerarchia criminale che, fra violenze e prostituzione, regola la vita dell’istituto, ma l’amore per una ragazza lo porterà a infrangere il sistema.

The Tribe non è un film sui non udenti, piuttosto è un esperimento: la scelta di non utilizzare parole e di non sottotitolare il linguaggio dei segni fa sì che lo spettatore si sforzi di partecipare attivamente alla vicenda per comprendere ciò che non viene detto. Ancora, ciò che non è dato sentire a chi agisce sullo schermo giunge amplificato all’orecchio di chi è in sala, aggiungendo violenza alla vicenda. E’ un film destinato a rimanere impresso nella memoria degli spettatori sia per ciò che racconta che per lo stile adottato.

 

 

 

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Angela Bevilacqua Mag 19, 2018
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Pubblicato da Angela Bevilacqua
Classe 1996 da sempre apassionata di cinema e di scrittura. A diciassette anni ha realizzato il suo primo cortometraggio “Il teatro dei ricordi” interpretato dall’attore francese Jean Sorel, presentato come evento speciale al festival di Giffoni. Nell’anno 2017 ha pubblicato il suo primo romanzo intitolato “La Città del Vizio” edito da Guida Editori.
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